Accecati come erano, non facevano mistero dell'audace trasgressione, e non pensavano a nascondersi, neanche quando persone estranee al paese, tra lo stupore e la paura per l'insensato sperpero, stavano a guardarli. In barba al Governo, il biribissi faceva proseliti più che altro passatempo; la attrattiva di poter prendere sessantaquattro volte più della somma puntata sopra un numero, trascinava. Gli stessi giuochi leciti, consentiti da Re e da Vicerè, compreso il Caracciolo, eran tutt'altro che innocui, e bisognerebbe sapere che cosa ci fosse sotto, se gli scacchi, stati introdotti dal Fogliani, destavano tanto entusiasmo nelle conversazioni nobili e civili, come non sarebbe inutile ricercare [pg!245] perchè infiniti proseliti contassero i tarocchi, fatti conoscere dal Vicerè Gaetani di Sermoneta.
Quando poi giunse Hager, molto rari eran gli scacchi, perchè (il perchè non ce lo dice lui, ma il Villabianca), trattandosi di lunghe partite, i tavolini ad hoc ed i lumi portavano sempre una spesa. Non nei caffè come in Germania, ma in apposite sale, il bigliardo contava pure i suoi cultori. Non birilli, non bersaglio e, incredibile, non tabacco da fumo.
Ben altro vide Hyppolite d'Espinchal nei beati giorni della estate del 1800 in mezzo all'alta Società palermitana. Udiamolo da lui: «Dalle 9 p. m. in poi, noi restavamo liberi e andavamo alle numerose riunioni della città, nelle quali molte graziose ed eleganti dame eran sempre occupate in balli, musica e passatempi ordinarî in questo dolcissimo paese: mentre i mariti, gli zii, i fratelli con vera frenesia si abbandonavano a giuochi d'azzardo, dei quali son fanatici. Così non passava sera senza probabilità di perdite enormi, tanto in ducati d'oro rotolanti sul tavolo, quanto in debiti che si contraevano, di somme alle volte spaventevoli»[324].
Eppure in Inghilterra, dalla bocca del celebre Fox, era uscito il famoso detto: essere il primo piacere della vita quello di guadagnare al giuoco; il secondo, quello di perdere!
Sotto la data del 2 marzo 1798 la cronaca cittadina riferiva la notizia della morte d'una delle più illustri dame di Palermo, una Principessa puro sangue, la quale al giuoco avea consumato non pure il suo, ma anche [pg!246] l'altrui, rovinando il marito, degno, invero, di ben altra sorte.
L'unico suicidio del tempo avvenne per ragion di giuoco. Il patrizio palermitano Giuseppe Chacon, non trovando conforto alle immense perdite nel giuoco in Londra ed alla vergogna di non poterle pagare, si toglieva la vita (1799), corsa fino allora gioconda per larghi guadagni nella rivendita di quadri ch'egli ritirava dall'Isola in quella capitale[325].
Nuove di zecca le teorie sul giuoco, forse non dimenticate ora dopo un secolo. Le somme perdute andavan pagate a qualunque costo, perciocchè non esistendo un articolo di legge che costringesse a quel pagamento, e dovendo starsi alla parola di chi giocava; questi, [pg!247] naturalmente, voleva fare onore al suo nome ed alla sua parola, detta o scritta.
Un tale, che sopra un signore rovinato pel giuoco, vantava un vecchio credito, pensò una volta, con uno stratagemma, di trar profitto da questa rigida e fiera consuetudine per riavere il suo, che in cento guise aveva sempre invano richiesto. Nelle prime ore d'una uggiosa giornata, si presenta torvo in viso al suo nobile debitore, il quale dormiva tuttavia la grossa. «Eccellenza, gli dice con aria di mistero e di disperazione, stanotte, tentato dal mio maligno genio, ho giocato, e perduto dugent'onze. Io non ho come pagarle...; vengo da V. E., non a riscuotere il mio credito, ma ad implorare un aiuto...».
Il Principe, anima di vero giocatore, senza profferir parola, si alza da letto, s'accosta ad uno scrigno, l'apre, ne trae fuori un sacchetto e conta all'ingegnoso inventore della storiella cinquecento scudi l'uno più lucente dell'altro, e lo ammonisce: «Caro mio, il danaro che si perde al giuoco è danaro sacro, e si deve pagare. Ecco le dugent'onze; ma guardatevi bene d'ora innanzi dal giocare più».
L'autore della trovata con due lacrime spremute dagli occhi si profuse in ringraziamenti e benedizioni, e, tra riverenze e scappellate, scese a precipizio le scale, non credendo a se stesso di aver potuto, per tale sotterfugio e per una teoria di quella fatta, ricuperare il suo danaro.