Oltre a ciò compiangendo il gran numero di fanciulle affette da tigna, contro la quale non vedevano adoperar medicina che non fosse di tormento; onde «tante donzelle anco di riguardo rimanevano mezzo fra morte e vive, abborrite e escluse affatto dall'umano commercio»; le suore senza strappar capelli «(tormento replicato talora fino a 24 volte, ma inutilmente) avean trovato la dolce maniera di sanare felicemente, e senza prevalersi della pece. Così erano restituite agli ufizi tutti della civile società, da cui primo si vedevano escluse, e già molte passate a marito, ed abilitate altre ad un onesto maritaggio; oltre delle tante sottratte dall'ozio e dalla sfrontata mendicità che funestavano il paese ed infestavano le private famiglie»[384].
In quest'ultima citazione si accenna ad una pratica, forse la più crudele che sia esistita per la cura della tigna, la cuffia di pece.
Questa cuffia fu comunissima nei secoli passati, e lo fu ancora nel XVIII. Il motto proverbiale: Lu santu chi fa la tigna, fa la pici, ne è un ricordo storico, eloquente per attestare, nessun rimedio essere più sicuro pel male ribelle e deformante. Una vecchia [pg!366] canzone popolare deplora il rincaro della pece a causa dei troppi tignosi.
Cooperatore delle epidemie era il vaiuolo, inesorabile sformatore di bellezze quanto funesto mietitore di vite specialmente infantili. I visi butterati, così rari oggi, erano ordinarî una volta. Quando ad una madre si lodavano le fattezze della sua creatura, ella, che aveva sempre l'incubo dello scellerato flagello, rispondeva malinconicamente e, purtroppo, con la esperienza dei fatti:
Nun si pò diri bedda
S' 'un cci passa la pustedda;
e la pustedda era appunto la pustola del vaiuolo[385].
La scoperta di Samuel Jenner tenne per un momento perplesso il Governo; ma finalmente venne accettata. S. Maestà Siciliana si decideva a farsi vaccinare, ed il Regno tutto, che n'ebbe conoscenza, pubbliche preghiere ebbe imposta e fece in centomila chiese per la salute di essa. L'operazione veniva coronata da splendidi risultati, e le chiese echeggiarono di ringraziamenti perchè tutto era andato bene; ma più tardi S. M., il figlio di Carlo III, come l'ultimo dei mortali, perdeva due bambini di vaiuolo!
Il 10 ottobre 1787 il Vicerè Caramanico ordinava allo Spedaliere dello Spedale grande che affidasse la vaccinazione al medico chimico Dr. Berna, bene istruito di essa dal cav. Gatti. Così egli avrebbe vinto i timori [pg!367] delle madri e scongiurati pericoli avvenire[386]. L'anno appresso, il Re consentiva che si chiamassero dalle principali città dell'Isola a Palermo, nella primavera e nell'autunno, volta per volta, otto barbieri ed otto levatrici, perchè venissero ad addestrarsi nel nuovo metodo preservativo del male[387].
L'Accademia dei medici, già dei Jatrofisici, era secolare: ed aveva un attivo di benemerenze che la rendeva degna di distinzioni e di prerogative da parte del Senato. Benemerenze: l'aver contribuito all'abolizione del seppellimento dei cadaveri dentro le chiese e, in generale, dentro la città; la istruzione dei giovani medici; la discussione di tutto ciò che fosse materia di scienza. Distinzioni e prerogative: la benevolenza e la fiducia illimitata dell'Autorità municipale, che chiamava l'Accademia giudice dei posti da provvedersi negli Spedali; il titolo di Magistrato concesso ai reggitori di essa, quello di Principe al suo Presidente, ed un annuale assegno (concesso pure all'Accademia del Buon Gusto), un arazzo ed un'artisticaca mazza di argento, emblema non dubbio di riconosciuta autorità.
Il maggior titolo di benemerenza dei componenti quest'Accademia è però rimasto finora all'ombra: una specie di Condotta medica gratuita sorta per iniziativa loro nel 1770 e in seguito rinnovata. Trentasei medici fisici, divisi per otto parrocchie, spontaneamente [pg!368] si dedicavano alla cura degl'infermi poveri: guida e direzione, il Magistrato Accademico. Potrebbe non benevolmente pensarsi che questo essi facessero a sola ragione di pubblicità; ma quando si sappia che tra essi erano nientemeno il Cottonaro, il Fasulo, il Serra, il Gianconte, il Pizzoli, chiarissimi e di larghe clientele, ogni sospetto cade. Un piccolissimo cartellino a stampa è oggi il solo ricordo di questa istituzione: la quale quando non si sognavano ancora le multicolori croci di soccorso per gl'infermi a domicilio ed erano pio desiderio le condotte mediche comunali, provvedeva col sentimento della carità a disacerbare i dolori dei sofferenti privi di cure. Innanzi le porte delle chiese, questi cartellini, quasi invisibili nella loro forma, chiarissimi nel loro significato, indicavano i nomi dei medici pronti a qualunque chiamata di soccorso[388].