Nel tumulto della vita mondana, in mezzo alle molte, spesso malintese manifestazioni d'una religione non sempre capita, si aveano pratiche non facili a comprendersi nell'ambiente in che ora viviamo. Una delle più importanti era quella della confessione per gli ammalati dopo tre giorni di febbre. Pramatiche viceregie e sinodi diocesani imponevano al medico curante il dovere di prescriverla, e gli minacciavano, [pg!362] contravvenendo, multe e carcere[377]. L'uso era comune e del frequente scampanio delle parrocchie come annunzio ed invito al Viatico, e del tintinnio pel procedere di esso nelle strade, nessuno si allarmava. Il medico Salemi ne disse qualche cosa anche lui, e ne fece un articolo di polizia medica, allargando (egli che scrivea nei primi dell'ottocento) un pochino le maniche per i fatali giorni rituali.

«A tre giorni di malattia, egli osservava, si facci eseguire la confessione, ed in più inoltrata malattia ordinare il viatico e l'oleazione sacra». E poichè questo era voluto dalle sanzioni canoniche come dalle leggi dello Stato, il medico «dovea notare il giorno in fronte alla poliza del Viatico sacramentale per potere in qualunque caso giustificare la sua condotta»[378].

Negli spedali era ordine imprescrittibile che non si ricoverasse infermo non prima confessato. Lo afferma il Cangiamila, medico e sacerdote, il quale poteva saperlo[379]. Si vede che su questo punto non c'era da scherzare: ed i medici non volevano buscarsi il carcere di S. Eccellenza il Vicerè e la scomunica ipso facto di S. E. R.ma l'Arcivescovo.

Qui non è inopportuno un breve cenno di alcune malattie che nello studio del tempo si vedono ricordate da eruditi e da poeti. Lo facciamo come per una curiosità di patologia speciale. [pg!363]

Dalla tradizione e da rare erudizioni sappiamo che in numero straordinario erano le persone affette da malattie cutanee. La Deputazione dell'Albergo generale dei poveri lamentava che tra 400 ricoverati non pochi fossero scabbiosi[380]. Il Senato della Città se ne preoccupava: ed il Vicerè riceveva sollecitazioni delle cure ad essi dovute sul finire della primavera[381]. Un peritissimo speziale, il quale abitava presso la Madonna la Bella, nella via Macqueda, avea sì gran concorso nello spaccio di un suo specifico contro la scabbia, che a fin d'anno metteva in serbo guadagni favolosi.

Al facile e largo diffondersi di questa e di altre malattie di pelle concorreva l'erroneo concetto della natura di esse, i mezzi talvolta barbari, tal'altra banali di cura, il difetto di pulitezza personale, la assoluta trascuranza d'ogni elementare principio di igiene e, più che tutto questo, la superstiziosa ignoranza del volgo.

Un «Breve Ragguaglio di quanto praticano in questa Capitale le Figlie della Carità, serve delle povere donne inferme, nella loro pubblica Casa di protezione di S. Vincenzo de' Paoli, disposta da D. Ignazio Filippone»[382] ci appresta le seguenti notizie, le quali se attristano per lo stato miserevole del paese, confortano [pg!364] con lo esempio delle opere buone praticate da anime gentili.

La Casa Filippone era ad un tempo spedale, infermeria, ambulatorio femminile. Gettiamo uno sguardo sulle ammalate che vi si ricevevano e sugli uomini che vi si medicavano. Quelle erano povere donne che non avevano dove andare, e le quali perchè non febbricitanti non venivano ricoverate negli spedali; eran civili, anche dame, vergognose di farsi visitare dagli uomini, e riluttanti a manovre chirurgiche. Nei pubblici spedali, dice il Ragguaglio, «non cadon sotto la cura moltissime infermità come sono la cecità, la sordezza, la itterizia, il salso, lo scorbutico, le impetigini, la tigna». Ebbene, al Filippone andavano le affette non meno da questi mali che da scrofolosi, da scottature e da altre esterne lesioni. «Istruite da uomini d'arte competentissimi, le suore curavano senza ferri; medicavano cagionando il minor dolore possibile, e distribuivano farmaci da loro stesse, addestrate in aromataria, preparati. Venti medici tra i più accreditati attestavano i vantaggi delle loro cure. Nella sola città facevano da undici a dodicimila indicazioni annuali, e davano da mangiare a tremilatrecento povere, e sussidî in danaro a più di millecinquecento persone. Nella loro Casa succursale di Mezzo Monreale, non solo apprestavano in parlatorio ad uomini infermi cure e denaro, ma anche ricevevano annualmente duemila donne in media[383].

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Concorrenza più formidabile di questa ai chirurgi non fu mai fatta al mondo: ma poche volte la storia della beneficenza scrisse pagine più sublimi di carità. Peccato che si perpetrassero da otto a novecento salassi all'anno!