Nell'Ospedale grande e nuovo, sopra diciannove sanitarî, soltanto 6 eran chirurgi[372], pagati Dio sa come!
A conseguire la laurea medica occorrevano tre anni di studio nella pubblica Università di Catania, e, pei Palermitani, nella R. Accademia degli studî di Palermo, alla quale per sovrana benignità venne esteso (1780) il privilegio di dottorato in medicina, limitato già a quella di Catania.
In una lettera intima ad un suo vecchio amico l'Ab. Meli (non sacerdote, ma semplice chierico) così pennelleggiava la sua professione: «La medicina vien giudicata in persona di un medico non altrimenti che coi sensi materiali, cioè dalla mole, peso, tono di voce, maniera di vestire e di marciare, dal salir le scale dei grandi, dalla spessa citazione di autori in lingue esotiche ed altre cose simili. Coloro cui mancano questi naturali requisiti ricorrono ai corteggi, agl'intrighi ed ai maneggi poco decenti, per cui questa nobile professione è oggi caduta nell'ultimo discredito ed avvilimento»[373].
Il medico di grido conduceva seco uno o più praticanti. Codesto giovava alla istruzione dei giovani, ma giovava anche a lui, che, come dalla elegante gualdrappa era una volta giudicato dotto, così da [pg!359] questa compagnia traeva vantaggio alla sua buona riputazione.
A letto dell'infermo, l'uno, il medico curante, osservava; l'altro, il praticante (o i praticanti), riosservava: e l'ammalato dovea contare a due, tre, e sentire ripetere ad altri le sofferenze che gli sarebbe parso conveniente comunicare ad un solo.
Stando in compagnia di praticanti, il medico dettava ad uno di essi; solo, scriveva da sè la ricetta. Cifre e parole latine tecniche, dimezzate, abbreviate, fino alle sole lettere iniziali, ne eran la forma, che nessuno sapeva leggere, e che appena riuscivano ad interpretare gli aromatarî provetti, dai quali i giovani dovevano apprenderle. Ghirigori, arabeschi, accenni di linee, puntini: ecco la ricetta, che si stendeva in un pezzetto di carta in formole lunghe, misteriose, ritraenti dal caos del Gervasi. Un proverbio è rimasto documento di codesti geroglifici: Tri cosi 'un si ponnucapiri: ricetti di medici, pòlisi di 'mpignaturi e discursi di minchiuni. Di ciò anche il Filangeri si dolse nella sua Legislazione, rilevando che questo gergo, «questo linguaggio simbolico, che costa tanta fatica a medici per apprenderlo ed a farmaceuti per capirlo e che cagiona tanti equivoci, dovrebbe essere abolito»[374].
Quello che sovente rafforzava il mistero era la espressione: R. aqu. ad nostram intentionem, sotto la quale con impostura non isventata mai da nessuno s'intendeva [pg!360] l'acqua da bere, che si spacciava a prezzo di medicina. Espressivo questo aneddoto: Un figlio di speziale nullatenente faceva all'amore con una ragazza civile ed agiata: quando il padre credette opportuno d'intervenire, andò a chiedere la mano di essa. — «Ma che posizione ha vostro figlio?» chiese il padre della ragazza. — «Farà lo speziale come me,» risponde il padre del giovane. — «E voi che cosa gli darete?» — «Un sacco di zucchero ed un pozzo d'acqua!» alludendo alla fonte dei guadagni dell'arte: lo zucchero per i cento sciroppi, l'acqua per tutte le tisane, gl'infusi, le emulsioni, le limonate, le soluzioni onde straboccava la farmacopea, guadagni che in parte, con una morale molto sommaria, andavano al medico, amico del farmacista, presso il quale, in ore libere, andava a sedere e conversare[375].
Lento ma sicuro, benchè non sempre fruttuoso, il rinnovamento scientifico.
L'uso della idroterapia appassionava tutta una schiera di medici capeggiata da Giacomo Todaro. Ai gretti pregiudizi dell'influsso degli astri sulle funzioni fisiologiche contrapponeva ragioni fisiche Gregorio-Russo. La chemiatria, nata dall'ibrido connubio delle massime di Galeno e dei dommi di Paracelso, cadeva sfatata agli attacchi di Buonafede Vitale; e sotto i vigorosi, intelligenti colpi del catanese Agostino Giuffrida e del palermitano Andrea Gallina, plaudente l'Accademia dei Jatrofisici, crollava lo strano [pg!361] edificio del meccanismo flogistico di Boerahawe la cui autorità mal resisteva a quella di Van Helmont, di Stahl e di Hoffmann. Poi il sistema di Brown dominò sovrano: e dove prima si tenevano gli ammalati a rigorosa dieta, in seguito poi si vollero sostenere in forze con alimenti solidi e con eccitanti diversi. Contro il nuovo abuso gridavano i vecchi esperti: e Meli, pratico e temperato, dettava il sonetto: Di la sua vita all'ultimi simani, che è tutto un trattato sulle teorie dei medici novellini, facili seguaci del capo-scuola scozzese.
Questo volere e disvolere dei partigiani dei sistemi più celebrati facevano perdere la fede dei medici stessi nella scienza, incerti da qual parte stesse la verità e la salute: e fu scritto (1792) che «tolta qualche dottrina chimico-botanica, e qualche operazione chirurgica come la litotomia, l'innesto del vaiuolo ecc.», eran da preferire «gli antichi ai moderni, perocchè questi pativano molto di vertigini e di pletora»[376].