Del Consiglio di Egitto dice: «Essere una traduzione dalla lingua italiana in una lingua araba corrottissima, ed essere più gli errori grammaticali che le medesime parole, non essendovi alcuna concordanza di casi, di generi, di tempi e di persone». La materia tutta di sana pianta presa, manipolata, accomodata, inventata dall'Autore.

«La tela — esclama Hager — cadde e la lunga commedia ebbe fine!»

Sottoposto a processo, il Vella veniva condannato (1 febbr. 1796) a quindici anni di carcere ed alla confisca dei beni: pena adeguata a tanta tracotanza. Partigiani e adoratori dell'idolo dai piè di creta ammutolirono, incerti se egli fosse un reo o una vittima innocente della umana perfidia. Degli illustri contemporanei trionfava Gregorio Meli, che avea per tanti anni fatto all'amore con l'Abbazia di S. Pancrazio, dettava un'ingegnosa lirica ridendo della minzogna saracina[366]. L'Ab. Carì scaricava cinque corrosivi sonetti addosso al Vella ed alla Commissione anarabica giudicatrice di lingua araba. Villabianca, sdegnatissimo, voleva mandato il Vella alla forca, della quale apprestava egli medesimo il disegno[367]. Più tardi (1799) Hager rivelava tutto al mondo intero in [pg!356] una memoria uscita contemporaneamente, in due lingue[368].

Un gran bene da tanta bruttura dovea però derivare alla Sicilia. Gli studî di arabo quasi sconosciuti o molto negletti tra noi, diventavano un corredo degli studi storici. Senza la cagliostreria del Vella non si sarebbero avute le ricerche del Gregorio, nè quelle del suo scolaro, Salv. Morso; e forse di mezzo secolo si sarebbe ritardato per noi la conoscenza di monumenti, codici, lapidi, monete di quella dominazione che è tanta parte della storia di Sicilia dovuta all'Amari.

La tradizione della scuola araba tra noi ha ora resa possibile la tarda ma sicura e definitiva deciferazione del genuino testo del codice martiniano, reso astruso e presso che indecifrabile dalla manomissione del famigerato falsario[369]; il quale non aveva vergogna di caricare sul Monastero di S. Martino trent'onze (L. 382,50) di spesa per la pelle da battiloro![370].

[pg!357]

[CAP. XXII.]

I MEDICI E LA LORO VITA. NOBILI ESEMPI DI CARITÀ. L'ACCADEMIA DEI MEDICI E LA PRIMA CONDOTTA MEDICA.

L'esercizio medico era distintamente diviso tra la medicina e la chirurgia. Il medico non era chirurgo; per la sua dignità, egli v'inclinava poco o punto, perchè il chirurgo stava al disotto del medico e ne dipendeva nelle prescrizioni, ch'egli talora eseguiva come il barbiere; il quale negli spedali teneva dietro, a rispettosa distanza, al medico fisico nella visita cotidiana delle corsie.

Molti dei fisici più conosciuti eran preti; e la medicina era in mano di non pochi tra essi, per istituto canonico non abilitati a maneggiar ferite nè a farne. Ecclesia a sanguine abhorret. Preti furono D. Andrea Gallina, D. Giuseppe Biundo, D. G. B. Meo, Fr. Cottonaro, medico del Vicerè Colonna, dal quale venne eletto Abate di S. Giacomo di Altopasso in Naro (1778), e D. Giuseppe Salerno: preti D. Raffaele Stancampiano e D. Giuseppe Serra, entrambi fisici [pg!358] maggiori degli spedali; prete quell'Ignazio Salemi che scrisse della Educazione medica[371].