Hager chiede documenti all'uopo della sua missione: codici, stampe, manoscritti; ma Vella fa orecchie da mercante: e, datosi per infermo, crede giustificare il suo silenzio. Stretto dalle domande insistenti del perito, simula (8-9 genn. 1795) un furto di carte donde la sua rovina. Finge di ammalare dalla paura, di sputar sangue per tre giorni; prende il Viatico e si raccomanda per morto a Dio.
La misura è colma!
Il Vicerè caramanico è morto; succede Lopez Presidente [pg!352] del Regno: il teatro politico e morale si è improvvisamente mutato. Il Presidente Grassellini con un colpo di mano fa nottetempo assalire la casa del Vella, sequestrare le carte di lui, assicurare alla Giustizia la sua persona, a vista di due guardie. E qui si viene a sapere, un frate francescano maltese aver copiato mercè il compenso di 16 onze (L. 204) (e la copia, incredibile la grossolanità della impostura! in carta Fabiani di Genova) il presunto Codice del Consiglio di Egitto; avere il Vella da alcuni giorni bruciate carte e carte; una cassa piena averne messa al sicuro nell'abitazione di sua sorella, moglie di un certo Cutrera: simulazioni tutte il furto, la malattia, i gravi pericoli corsi; pretesto il Viatico.
Per un momento il turbine così foscamente addensatosi sul suo capo si arresta: e secondo alcuni minaccia, secondo altri promette di dileguarsi; giacchè un dispaccio del Segretario di Stato Simonetti chiama in Napoli il Vella: il che rianima i partigiani di costui. Ma un nuovo dispaccio di Acton toglie ogni speranza, e rincora gli avversarî. In una adunanza di cinque letterati, presieduta dal Marchese Dragonetti, Hager e Vella discutono dei due codici e della traduzione: e, siccome è partito preso che si debba schiacciare Hager ed esaltare il Vella, si conchiude luminosamente a favore di costui. Eppure tutti e cinque sono analfabeti in arabo!
Tornato a Napoli, il dotto orientalista dà il suo parere, che è una ragionata, incalzante, perentoria conferma della solennissima impostura. [pg!353]
Tutto questo raccontavano alla distanza di 28 anni il Dr. Hager e con minutezza di particolari Domenico Scinà, testimoni oculari, credibili in tutte le loro affermazioni[363]. Là dove questi dice che della traduzione si voleva tentarne una versione tedesca, egli mostra di non sapere che appunto quella versione fu fatta e che vide in parte la luce[364]: tanto si era lontani dal sospettare la misura della straordinaria furfanteria; e quando aggiunge che tutta la Città si divise in partiti; che «nelle conversazioni ed ovunque si parlava del Vella e dei codici arabici»; che «in ogni parte si altercava»; che «anche le signore vi pigliavan parte, e vi aveano tra noi Guelfi e Ghibellini», afferma cose più che vere.
Hager, infatti, raccontava che in Palermo, «per ben sei mesi l'argomento della conversazione giornaliera erano gl'inganni del Vella. Si sentivano donne a ragionare di codici normanni, di manoscritti martiniani e di lettere cufiche come se fossero tante diplomatiche. Quantunque non ne capissero sillaba, pure volevano parlarne e, quel che è più, darne giudizio. Presto si formarono due partiti; alcune sostenevano che Vella fosse innocente e che l'ingannatore fossi io; altri invece difendevano calorosamente me, ed in segreto mi dichiaravano di credere a tutto [pg!354] ciò che avevo detto io». E finiva con questa confessione un po' mondana: «Io mi curavo di tirare dalla mia le più giovani e le più belle, e non mi preoccupavo del malumore delle altre»[365].
Dopo il severo verdetto di Hager, l'Ab. Vella affin di scampare dai rigori della Corte di Napoli, scriveva lettere giustificative della sua riprovevole condotta: parte scusando, parte confermando quel che di colpevole era nell'opera sua. Eppure, anche quelle lettere erano nuove menzogne e nuovi raggiri. La Corte si disponeva a dare all'Europa notizia di ciò che avea fatto per l'ingrato argomento; ma l'Airoldi, a cui, spettatrice l'Europa, veniva a crollare il grande edificio storico, chiedeva, non persuaso ancora, di appellarsi a giudice più competente di Hager.
Monsignor Germano Adami, Arcivescovo di Aleppo, greco melchita, col suo segretario Dakur, arabo autentico, veniva invitato ad un'ultima perizia in Palermo. A farla breve, il suo giudizio si compendiava nelle seguenti parole:
«Si rileva evidentemente essere questo codice (di S. Martino) interpolato e corrotto maliziosamente con linee e punti soprapposti di mano recente ed estera, specialmente sulla prima pagina, e col cassare totalmente le chiamate solite delle pagine per renderlo illegibile e così covrire l'impostura e la finzione della pretesa traduzione. Da varii periodi o parole sparse in questo codice, che sono sfuggite dalla maliziosa corruzione, si conosce evidentemente essere questo codice [pg!355] una collezione di varii autori musulmani contenente la nascita del loro profeta Maometto!...».