Tychsen accoglie nel suo Elementare arabicum, come saggio di dialetto volgare mauro-siculo, l'apocrifa prefazione; Wahl ne prende ragione d'una storia e statistica degli Arabi in Sicilia; il Vescovo irlandese Woodward lo riassume in inglese, Sachard in francese. Canciani a Venezia, Carli a Milano riportano brani del Codice come reliquie preziose del medio evo; Rossi se ne serve a documento del suo diritto pubblico della Sicilia, Napoli Signorelli per fissare il grado di cultura siciliana ai tempi arabi. In Sicilia l'ab. Ferrara ne cava notizie di eruzioni etnee... non mai esistite, ed il sac. D'Angelo ne fa un estratto per un seminario di Messina. Ce n'è d'avanzo per cominciarne una traduzione latina; ma questa, col titolo di Codex diplomaticus Siciliae, arena al solo primo tomo.
L'Airoldi, soddisfatto di sè e del suo arabista, si riposa sui travagliati allori; e non si accorge di essere stato grossolanamente turlupinato! [pg!349]
Frattanto nessun premio giunge da Napoli al traduttore: non l'ambita abbazia, non la cantoria della Cappella Palatina, non la più volte implorata raccomandazione del Re al Gran Maestro dell'Ordine gerosolimitano per una Commenda di quell'ordine lungamente richiesta e sollecitata. Bisogna pur dire che gli uomini sono ingrati verso l'autore di un'opera così insigne!
Allora, vedendo fallire ogni vecchia e nuova speranza, egli volge la versatile mente al disegno d'un edificio, che tutta chiamerà a favor suo la Reggia di Napoli. Non ha egli felicemente compiuto un Consiglio di Sicilia per l'epoca araba, gloria dell'Airoldi e sua? Ora egli condurrà innanzi, a sua gloria esclusiva, un Consiglio di Egitto per l'epoca normanna. La materia è stata trovata: il mitico Ambasciatore del Marocco fornisce codici e documenti quanti ce ne vogliono. La forma è la solita epistolare, simile a quella del codice martiniano. L'argomento di vera, irrefutabile attualità: le prerogative e i diritti della Corona di Sicilia, tanto discussi nelle Corti di Napoli e di Palermo e nelle case signorili, e sostenuti a tutta oltranza nelle conversazioni del Circolo Airoldi.
Il nuovo codice, che dicesi arabo, è invece maltese; e mentre si spaccia copiato sull'originale di Fez, viene invece dall'attiva fabbrica del Vella. Nel Consiglio di Egitto sono largamente attribuite immense prerogative alla Corona nei tempi arabi; ed il traduttore nella sua dedicatoria al Re osserva che «i supremi diritti della regalia, non altrove quanto in questo [pg!350] codice ampiamente rilucono. Nè v'è dubbiezza storica che egli con le sue lettere ed in brevi parole non decida e richiari.» Nulla vi manca per solleticare la vanità di un sovrano e l'avidità di Ferdinando di Borbone; e quando l'audace imbroglione parte per Napoli ad umiliarlo ai piedi del trono, orientalmente prosternandosi con la fronte per terra ed offerendo a S. M. Siciliana un anello con lettere cufiche, che egli dice del Conte Ruggieri[360], Ferdinando gli concede tutto quanto all'emulo del Casanova e di Cagliostro piace.
La pubblicazione del primo volume del Consiglio rivela che dieci anni di falsità e d'inganni non sono andati perduti: egli è già Abate di S. Pancrazio[361].
Il Gregorio, fattosi già molto innanzi negli studî arabici, mostrava con l'ampia collezione Rerum arabicarum quanto valesse. Eppure alla sua solida scienza pochi prestavano omaggio, infanatichiti di quella bugiarda dell'Abate. Per poco che nel pomeriggio si andasse pel Cassaro, e si uscisse fuori Città, lo s'incontrava, il fortunato ciurmadore, nella sua nuova carrozza acquistata coi lauti beneficî reali, ricrearsi alla Marina ed alla Villa Giulia; e chi avea entratura nei palazzi magnatizî, lo vedea sedere a pranzi luculliani: molla dai nobili creduta potente per salvarsi da possibili deplorevoli conseguenze della pubblicazione del Consiglio di Egitto, demolitore dei diritti feudali a [pg!351] beneficio della regalità. E qua e là lo sentivano a vantarsi di una lettera del Pontefice, che gli raccomandava di aver cura della sua vista tanto compromessa dalle gravi fatiche sostenute.
Ma vengono presto i giorni neri!
Già il Conte di Stolberg al suo primo giungere a Palermo s'era stupito al racconto di tanta audacia; ma nello stupore avea confessato che solo un uomo di altissimo ingegno avrebbe potuto esser capace di tanto[362]. Ed avea ragione!
Richiamato dalla Corte a Palermo, dove per semplice diporto era stato nella scorsa primavera, il prof. Giuseppe Hager ritornava nella Capitale il 21 dicembre 1794. A spese del Re il bravo sinologo riceveva particolare incarico di studiare la questione dei due codici e di darne parere. Vella, che avea bravato per tanti anni gli avversarî, perdeva il coraggio e chiudevasi come smarrito in casa.