Alla insperata notizia l'Airoldi esulta, e sotto la sua personale responsabilità, ottiene in prestito dai monaci Benedettini il prezioso cimelio. Vella, eccitato a lavorarvi sopra, con l'obiettivo d'un largo premio, che per lui sarebbe l'Abbazia di S. Pancrazio, vi si consacra, com'egli dice, con ardore; ma in sostanza, con la flemma di chi perfidia a danno della verità.

E presenta le prime pagine. L'Airoldi va in visibilio; perchè vi trova nientemeno «un registro di tutte le lettere che dal principio della invasione araba in Sicilia aveano scritto di mano in mano gli Emiri prima a' Mulei dell'Africa Aglabiti e poi ai Sultani di Egitto Fatimiti, colle risposte di costoro. Per lo che queste lettere portavano in sè la fede della loro autenticità, e dimostrando l'amministrazione, le imprese, i politici regolamenti degli Arabi, formavano il diritto pubblico di quei tempi, ed erano secondo l'apparenza il più prezioso monumento della storia degli Arabi in Sicilia.»

Rozza quale l'uomo che la maneggiava la forma della traduzione: e questo grandemente concorreva ad accreditare l'autenticità del codice; giacchè il Vella, privo affatto di coltura, nessun sospettava capace di sofisticar l'originale, che nella traduzione orribilmente spropositata offeriva, secondo l'Airoldi, anzi secondo [pg!345] la comune opinione, una impronta nuova, la quale agli ignari di cose orientali poteva sembrare propria degli scrittori di quella razza.

L'Airoldi correggeva le sgrammaticature e prendeva per oro di coppella il contenuto del manoscritto. Aveva sognato una civiltà araba: e già la trovava nella nuova inattesa scoperta velliana. Le idee, le aspirazioni su quell'epoca, da lui espresse nei giornalieri conversari coi dotti frequentatori della sua casa, avevano nei nuovi testi addentellato e conferma. E non poteva essere diversamente se il Vella, partecipe ai geniali convegni, conosceva ormai i desiderî del buon Prelato, e creava a soddisfazione di lui un romanzo tutto immaginario.

E pensare che appunto per questa creazione il Vella veniva chiamato ad insegnare arabo nell'Accademia (Università) degli studî! e che, non conoscendone egli, come abbiam detto, neppure l'alfabeto, insegnava ai giovani i rudimenti della lingua maltese! E non è tutto: raccomandato dal March. Caracciolo, il neo professore otteneva dal monarca 1000 onze (L. 12750) per una missione scientifica nel Marocco, per la quale, accompagnato da tre suoi scolari, potesse raccogliere i materiali per la storia di Sicilia sotto i Musulmani.

Di tanto in tanto qualche nuvoletta sorgeva ad offuscare il sereno dell'anima di Mons. Airoldi. Quel nome, quella data, non sarebbero un errore di lettura? Ma il Vella, invitato a rileggere il testo di quel nome e di quella data, non avea nulla da rettificare, e sugli ordini sacri giurava che le cose erano proprio [pg!346] come avea detto lui. Avvalorava poi la lezione con nuovi codici arabi e con monete e lettere che egli con sempre nuove menzogne affermava ricevere da Fez, da quel medesimo Ambasciatore Marocchino Mohammed Ben Osman che egli avea accompagnato per Palermo, e che per lui era il provvido fornitore di carte e di documenti, il consigliere, l'amico, il fratello.

La traduzione, plaudenti i dotti che ne sentivano a parlare e gongolante di gioa l'Airoldi, procedeva a vele gonfie.

Ma ecco, quando nessuno se lo aspetta, un uomo di forte ingegno e di larga cultura levarsi a turbare tanta armonia di cuori e di voci. Rosario Gregorio sospetta la falsità del codice e la impostura del Vella: e con documenti e ragioni irrefragabili dimostra quanto dal vero siasi discostato il sedicente traduttore inventando date, fatti, luoghi, persone. L'Airoldi, che nel lavoro del Vella vede assicurato il suo monumento storico, ne rimane contrariato; sconcertato, ma non confuso nè vinto, il Vella. Il quale a nuovo suo titolo di gloria si affretta a metter fuori la sorprendente notizia della scoperta dei libri smarriti di Tito Livio, in uno di questi codici: scoperta che sa circondare di tanto mistero, da lasciare inquieti i letterati.

Allora l'Airoldi annunzia la stampa del primo foglio della traduzione: col quale si propone di render giudici del lavoro del Vella gli orientalisti oltramontani. Vella si vede perduto, e ricorre ad uno stratagemma tutto cagliostriano: mette le mani sul codice [pg!347] di S. Martino e lo interpola, lo altera, lo corrompe in guisa da non potersene più cavare costrutto di sorta. Il maggiore strazio è nelle prime pagine; e perchè non si possa scoprir la differenza dell'inchiostro recente della manomissione sull'inchiostro antico del testo originale, e le difficoltà portino la impossibilità di lettura, attacca sulle singole pagine una sottile pelle di battiloro. Così si tiene al sicuro. S'incide la prima facciata, che è una vera lettera del diavolo di Girgenti. I dotti convengono che testo e traduzione son barbari; e mentre alcuni ne mettono in dubbio l'autenticità, altri, e sono i più, dai difetti traggono fondamento alla sincerità del codice e del traduttore. Tychsen è di questi, e contro tutti sorge paladino del Vella. Sono col Gregorio, Simone Assemani, De Guignes, Barthélemy, Adler. All'Airoldi, manco a dirlo, va molto a sangue la opinione del Tychsen, che leva a cielo la perizia linguistica del Vella, battezzata per «incomparabile e quasi divina» (1787). Sotto il pseudonimo di de Veillant, nel quale sembra nascosto il Gregorio, esce in cattivo francese un'arditissima carica contro il saggio venuto in luce; tutti o quasi son contro il critico, e l'ambiente è saturo dello spirito arabico velliano. De Veillant è ritenuto un invidioso ignorante, e tra una velenosa risposta dello storico Di Blasi inneggiante al Vella, due lettere laudative del Tychsen al Torremuzza ed al Vella medesimo, pubblicate in Palermo (1788) e le deboli ma giudiziose controrisposte, le cose vanno tant'altre, che, prevalendo il giudizio dell'autorevole professore di [pg!348] Rostock, la impostura trionfa con la pubblicazione del primo volume del Codice diplomatico arabo di S. Martino delle Scale, e poi, mano mano di altri cinque, coi quali l'opera attinge alla sua fine[359]. Il Iº vol. porta una dedica a Ferdinando: il IIº, una a Maria Carolina; e in tutti e sei il verso di Lucrezio:

E tenebris tantis tam clarum extollere lumen.