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L'anno 1795, «l'eroe degli scellerati», come lo chiamarono gli avvocati di Madame la Mothe, moriva, come abbiam detto, d'accidente[357]: proprio cent'anni dopo (1695) che nella medesima fortezza, pei medesimi misfatti di lui e per opera della medesima Inquisizione esalava il suo maligno spirito il celebre impostore Giuseppe Borri![358].

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[CAP. XXI.]

L'AB. VELLA E LA SUA FAMOSA IMPOSTURA.

Non era ancora scomparso dalla scena del mondo tanto colosso di giunteria che un altro, meno famoso, faceva la sua apparizione a Palermo.

Stavolta la leggenda è più ristretta: ed il triste eroe ne è un prete. Giuseppe Balsamo da Palermo sceglieva a teatro delle sue brutte imprese l'Europa tutta; Giuseppe Vella da Malta svolgeva l'opra sua di falsificatore di codici e di creatore di favole nella sola Palermo: strana coincidenza di malvagità in un medesimo tempo e in un medesimo paese, tanto più strana in un periodo di non comune risveglio intellettuale.

Un giorno si vede a passeggiare per la città un sacerdote non prima conosciuto. Grave l'andare, studiati gli atti, affettata la pronunzia, bastardamente toscana la parola. Indi a non molto giunge da Napoli, sospinto da fortuna di venti, un Ambasciatore marocchino (17 dic. 1782). I due stranieri si avvicinano e s'intendono; e il sac. Giuseppe Vella (giacchè [pg!343] l'ignoto ecclesiastico si chiamava così) che col suo maltese riesce ad intendere ed a farsi intendere, si fa interprete di quello; e per incarico del Vicerè lo accompagna nella visita e nelle conversazioni per la Città. L'oscuro pretonzolo diventa subito illustre, e lo si comincia a credere un dotto arabista; ed egli, che neppur sa l'alfabeto arabo, s'atteggia a genio di quella lingua.

In una barca di corsari arenata nella spiaggia di Cefalù veniva trovato non so che libro turco. Vella in tutto sussiego lo esamina e lo dichiara un libro di tesori nascosti nei dintorni di quella città. Il codice invece parlava di sepolcri dei primi Califfi! Più tardi, all'apice della sua gloria e della sua lingua, i Canonici della Cappella Palatina lo pregavano d'un parere sopra un cofano con iscrizioni cufiche; ed il Vella lo sentenziava già ad uso di viatico, coi primi versi del Pange lingua in arabo. Ma poichè i Canonici gli facevano osservare il Pange lingua essere stato composto da S. Tommaso (sec. XIII) egli, correggendosi, lo affermava già consacrato alle reliquie dei Santi Apostoli. Il cofano invece era servito ad altri e ben diversi usi.

Mons. Airoldi, Giudice della Monarchia, amantissimo di cose sicule e delle vicende dei Mussulmani in Sicilia ricercatore premuroso, ma, perchè ignaro di Arabo, non fortunato, gli faceva allora domandare se si fosse mai imbattuto in alcun codice che portasse nome a quella dominazione tra noi: ed il Vella rispondeva uno averne veduto con l'Ambasciatore nella [pg!344] Biblioteca dei Benedettini di S. Martino, che narrava appunto della conquista musulmana dell'Isola; difficilissima però esserne la lettura, non che la intelligenza.