Che cosa fosse una dimostranza, nessuno vocabolario siciliano o italiano lo dice; ma nell'uso comune risponde ad una processione figurata, una sacra, simbolica rappresentazione muta. Essa percorreva le vie e le piazze principali d'una città o d'un comunello, fermandosi tutta o parte in dati posti a riprodurre con atti e gesti un fatto biblico o qualche episodio della vita di Gesù, e particolarmente la crocifissione; le vicende più drammatiche, più commoventi, d'un martire, d'un confessore, d'un santo, d'una santa patrona qualsiasi. Lo componevano centinaia di persone, attori da strapazzo, presi dalle più modeste classi del popolo, e soprattutto dai maestri e dai contadini, precedentemente addestrati da qualche ecclesiastico. Costui era insieme autore del dramma mimico da rappresentarsi, direttore della effimera compagnia, maestro e censore di tutte quelle teste, spesso tutt'altro che buone a dimostrare. Vestiva ciascuno il costume del personaggio che dovea raffigurare, altri da imperatore o da re, altri da sacerdote o da levita, altri da apostolo, da martire, da vergine; questi da centurione o da soldato, quegli da littore o da carnefice, con costumi quando splendidi e quando ordinarî, ma tutti a fogge antiche diverse da quelle d'oggidì. Procedevano a [pg!35] due, a quattro, alla spicciolata, a gruppi, fermandosi in luoghi designati a riprodurre scene del tale e tal'altro avvenimento sia della Scrittura, sia del Martirologio, sia, in generale, del Leggendario dei Santi. Nessuno parlava, e da qui la qualificazione di muta, ed anche di ideale (il popolo con un qui pro quo, che risponde alla grandezza e magnificenza della messa in iscena, pronunzia reale) applicata alla processione; dove però alcuni personaggi portavano scritti a lettere cubitali su cartelli, dei motti, titoli, nomi che servivano a chiarire chi fossero e che cosa volessero significare.
Una di queste ricorrenze si ebbe nel settembre del 1783: ne sappiamo qualche cosa perchè vi si recò un signore lombardo oramai noto ai nostri lettori, il Rezzonico, giunto allora per visitare la Sicilia. Sentiamo la sua relazione.
«La prima volta (10 sett.) vi andai solo, e la seconda (15) in compagnia della Principessa di Belvedere e dell'amabile sua figlia donna Giovannina [questa donna Giovannina è la Giovannella, la quale, uscita di recente da un monastero, si disponeva ad andare sposa al Principe di Paternò, Giovanni Luigi Moncada, e dovea poi far parlare tanto di sè nei circoli nobiliari palermitani], e della Duchessa di Montalto. Pranzammo in buona compagnia di circa 24 fra dame e cavalieri, nel palazzo del pubblico; ma il caldo era eccessivo. La gente accorsavi da Palermo era infinita e fu bellissimo spettacolo il vederla ire e tornare in la gran folla ed occupare tutte le vie e le rivolte sul [pg!36] monte, e formare vari gruppi intorno alle pubbliche fontane che ad ogni passo s'incontrano[32]. Chi a piè, chi a cavallo, chi sulle carrette, chi dentro le lettighe accorreva da ogni banda e sprezzava i caldissimi raggi del sole e l'incomodo polverio da tanti piedi d'uomini e di animali eccitato. Le carrozze poi, le mute, i birocci, e le canestre s'affoltavano d'ogni intorno e discendevano in lunghissime file che dalle porte di Palermo a quella di Monreale non erano discontinuate; laonde conveniva aspettarne lo sviluppo pazientemente»[33].
La dimostranza, tutta popolare, concepita ed eseguita, come altre simili, per edificazione e svago della folla, non ebbe il plauso dell'illustre gentiluomo: e non poteva averlo, vivendo egli in mezzo a nobili e signori, e con principî severamente classici. Così il Rezzonico si lasciò andare a malinconiche riflessioni «sul bello dell'arte imitatrice e degli spettacoli, la cui perfezione indica più d'ogni altra cosa la cultura dello spirito e del cuore negli uomini assembrati».
Non importa però: lo spettacolo piacque a tutti, e tanto basta.
Dai punti principali del Vecchio Testamento, riferentisi alle tristi condizioni della Umanità pel peccato di Adamo, si passava a quelli del Nuovo, che mano [pg!37] mano conducevano alla Redenzione per opera del Dio-Uomo, venuto sulla terra a scontare la colpa del mondo. Il distacco tra gli uni e gli altri era notevole, e dove tra i primi, patriarchi e profeti si alternavano con le immagini dei fenomeni tellurici e meteorologici e delle entità astratte, tra i secondi la Passione coronava in forma tragica l'opera. Il simbolismo prevaleva «con molte prosopopee bizzarre come il Tremuoto, che gonfiando le guance e tirando gran calci e vibrando qua e là le braccia argomentavasi di figurare le desolazioni e i danni che reca ad incutere altrui spavento. La morte, la peste, l'idolatria, il peccato, la guerra altresì v'erano personificate».
La crocifissione svolgevasi crudamente realistica, e alcune circostanze di essa dovettero concorrere alla sgradita impressione ricevutane dal dotto visitatore.
Di più facile contentatura, Ferdinando III si divertì moltissimo della processione figurata del 4 maggio 1801, ripetuta nella medesima Monreale[34].
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