SPETTACOLI E PASSATEMPI.

Le notizie della stupefacente ascensione dei fratelli Montgolfier col loro pallone aerostatico giunsero in Palermo per mezzo delle gazzette: e fu un gran discorrerne per tutta la città.

Un libro francese stampato a Losanna venne ad accrescere lo stupore non solo con le particolarità maravigliose che accompagnarono la riuscita dei varî preparativi dell'avvenimento, ma anche coi disegni che parvero fatti a posta per fomentare l'ansiosa curiosità dei Palermitani[35].

«Le piazze, le conversazioni, i caffè risonavano globi volanti, navigazioni celesti, aerei viaggiatori Tutti volevano riprodotto lo spettacolo, e non fu persona che non s'interessasse di quegli esperimenti, creduti [pg!39] utili alla riuscita della non mai tentata impresa. Non è già che si volesse come a Parigi vedere un uomo salire in aria; perchè nessuno si sarebbe arrischiato se pure l'avesse saputo fare, a riprodurre la macchina con la relativa cesta o navicella e con un essere in carne e in ossa a dirigerla. Insofferente tuttavia era la curiosità di veder andare in alto un gran globo secondo le indicazioni dei giornali francesi, ed instancabile l'agitarsi di dotti e di indotti per l'attuazione del descritto disegno.

Si chiamarono i più periti macchinisti del tempo, si misero a parte del poco e del molto che si sapeva del meccanismo dell'opera e si fecero quanti più tentativi si poterono. E poichè le relazioni parlavano di taffetà, di taffetà rimbombava ogni angolo del paese: «ed ecco il taffetevole pallone, il quale, messo a prova, arrossendo di poggiar alto e sceso umiliato al suolo, fece arrossirne ma non umiliarne gli autori. La gravezza del peso in quel globo, abbenchè di picciol diametro, impedì che si innalzasse nell'aria atmosferica». Le prove si ripeterono col sussidio della chimica e della dinamica quali erano allora conosciute; ma i risultati furon sempre nulli, ed il ridicolo cadeva a larghe mani sopra gl'inesperti attori.

Un signore di molto ingegno si fermò sulla inanità degli sforzi della scienza e della pratica del tempo; e andando più in là che non fossero andati i suoi concittadini, trovò modo di risolvere il problema del peso, della misura, della struttura del pallone in guisa da renderlo buono a sollevarsi da terra ed a prendere le [pg!40] vie aeree fino allora non tentate in Sicilia. Questo signore fu D. Ercole Michele Branciforti, Principe di Pietraperzia e futuro Principe di Butera: persona di grande perspicacia e di non comune disposizione alla fisica, dei cui segreti, del resto, era affatto ignaro. Egli lavorò indefessamente per la riuscita dei suoi disegni, e quando si credette sicuro di sè, invitò nel paterno palazzo Butera la Nobiltà siciliana di Palermo, e l'11 marzo del 1784 fece le prime fortunate prove, preludio a quelle stupende del 14. Spettatori i nobili più riputati e le autorità civili e militari, egli presentò il suo pallone, lo riempì di ossigeno, ne chiuse la bocca e quando gli parve buono ad affrontare la prova lo fece andar libero per mano del Vicerè. Il pallone si levò maestoso di mezzo all'ampia terrazza; e forte, solenne, non mai più sincero, fu lo scoppiettar di mani, l'applaudire degli astanti del palazzo, del popolo della Marina a così nuovo miracolo dello umano ingegno[36].

Il Vicerè Caracciolo non potè nascondere la sua grande soddisfazione ed espresse il maggior compiacimento a D. Ercole; ma certamente vivo dovett'essere il suo rincrescimento di trovarsi ospite e lodatore di colui che, pochi mesi innanzi aveva, per una fisima, tenuto abusivamente in prigione: e quando si congedò per ritornare alla Reggia, tirò il più lungo dei sospiri come liberato da un incubo per la mortificazione [pg!41] di aver dovuto festeggiare l'uomo che avea per tredici mesi soperchiato.

I lettori ufficiali dell'Accademia degli studî (i professori della Università) riflettendo sopra gli splendidi risultati del Branciforti, e non sapendo rassegnarsi a passare in seconda linea di fronte ad una persona la quale, priva della cultura tecnica, era arrivata là dove i maggiori di loro non avean sognato, pensarono di affermarsi ripetendo per proprio conto lo spettacolo del patrizio palermitano. Il dì 21 dello stesso mese l'abate basiliano p. Eutichio Barone, insegnante di storia naturale e botanica nell'Accademia, volle mandar su un suo pallone dalla loggia della Casa degli studî (l'ex-Collegio dei Gesuiti); ma ahimè! l'esito non poteva essere più disastroso: ed appena il pallone si alzò dal fabbricato, andò a cadere a pochi passi, nel giardino del monastero della Badia Nuova, sì che il vanitoso maestro ne restò con il danno e le beffe[37].

Da queste prove potè avere incremento, se non origine, l'uso dei palloni di carta velina che in estate si mandano in aria, specialmente in Palermo; il quale sospetto esprimiamo in forma dubitativa mancandoci documenti scritti di proibizioni di siffatti divertimenti al biondeggiar delle messi nella Conca d'oro: dove il cadere di palloni accesi avrebbe potuto recare gravissimi incendî. E certo è da supporre che prima di [pg!42] quello del Branciforti nessun globo consimile si fosse veduto in Sicilia, per quanto la cosa possa ora sembrare, qual'è, ovvia e la più naturale di questo mondo.

Alcuni anni dopo, nel 1790, Vincenzo Lunardi, ardito aerostata lucchese, dopo varie ascensioni, incominciate con quelle di Edimburgo e di Glasgow (1784), immediatamente dopo le famose dei Montgolfier (1783), pensionato da Ferdinando in Napoli e col grado di capitano onorario, venne a rinnovare i miracoli Montgolfieriani tra noi. La cittadinanza vi si apprestò come alla più grande festa della sua vita: e il dì 15 marzo la Villa Filippina, dentro e fuori, fu stivata di spettatori impazienti di una vista non mai da essi immaginata. Le terrazze, i balconi più alti delle case e dei palazzi, le logge dei monasteri, i campanili, le cupole delle chiese si videro occupate da persone d'ogni condizione, e da monache, da preti, da frati, da militari. Si parlava del Lunardi come di essere soprannaturale, e la leggenda particolareggiava di opere e di atti di lui e delle ragioni e dei mezzi delle sue aeree escursioni.