Questo il Carì, Nestore dei letterati del tempo che fu suo. Scolari, imitatori ed emuli di lui in Pindo: una turba di verseggiatori, argomentandosi di seguirlo, facevano mostra di sè in accademie, case private, solennità religiose, nuziali, onomastiche. Dozzine di ecclesiastici e di forensi, volendo grandeggiare, bamboleggiavano; e, sia detto per onore del vero, tutto poteva loro far difetto meno che la imperturbabilità nel corteggiare le muse; le quali non troppo benevole con essi, infastidite di tanti importuni, ora all'uno, ora all'altro voltavan le spalle, senza che nessuno degli accesi spiriti se ne accorgesse. Che anzi, nella beata illusione di lor valentìa, tutti s'infiammavano a celebrare avvenimenti pubblici, fatti di famiglia, cuccagne di popolo, nascite di bambini, morti di adulti, professioni di monache, feste di santi, arrivi di alti personaggi, elezioni di senatori, promozioni di beneficiali e di magistrati, trionfi di cantanti, senza un pensiero alla patria gemente, senza un motto che rivelasse coscienza dell'ufficio civile della poesia, o aspirazione a un ideale altissimo. L'eco dei placidi belati del sac. Urso e di Domenico Perdicaro, di Luigi Graffeo e di Benedetto Jerico, di Giuseppe Spinosa e di Domenico Cavarretta, di Salv. Di Liberto e di Gaspare [pg!413] Mangione si ripercoteva per intere settimane nei salotti, nei refettorî dei monaci e dei frati, nelle scuole dell'Accademia (Università) degli Studî, nei caffè; e si levavano a cielo quelli dell'Ab. Mancusi e dell'Ab. La Manna, nomi che ora appena si trovano in mezzo agli altri di canori pastorelli, ai quali se non ci fu un'Arcadia che li facesse suoi, non mancarono certamente sorrisi e plausi tra

Il dotto, il ricco ed il patrizio vulgo.

Non ci fu, è vero, un'Arcadia ufficiale; ma ne dominò un riflesso e più che un'eco: e quando (1773) Suora li Guastelli, figlia dell'ex-Senatore G. Battista, volle dare alle stampe il Palermo liberato, dovette chiederne l'autorizzazione al Preside ed ai Censori dell'Accademia degli Ereini, alla quale era ascritta. L'alto magistrato tenne consiglio, e, dopo maturo esame, deliberò di concedere la invocata autorizzazione. Il suo decreto, non ostante la comicità dei nomi accademici, olimpicamente solenne, chiudevasi con la seguente formola: «Dato in Collegio dei nostri Monti (Erei), nel giorno 4 della Luna di Munichione, Olimpiade 738, anno 1 a P. C. Olimpiade 11 a 4»: formola che ha tutta l'aria di certi problemi onde qualche moderno autore di aritmetica per le scuole si crogiola a tormento dei poveri fanciulli.

Gareggiavano poi coi migliori siciliani i poeti del Continente domiciliati in Palermo, chi tra le Comunità religiose dei Teatini e degli Scolopi, chi nelle case signorili a educare giovanetti. Per tale compagnia [pg!414] la produzione poetica paesana veniva accresciuta da quella toscana dello scolopio Carlo Lenzi, dell'Ab. Griggioni, del Dorisse (de Rossi) e degli illustri padre Salvagnini e p. Michelangelo Monti. I versi di questi ultimi, tenuti in molta estimazione, non prima venivano letti o uditi che erano imparati a memoria e recitati dappertutto. Tempi beati, nei quali un'ode faceva il giro trionfale della città!

Di incidenti ed aneddoti personali utili alla conoscenza di questa brava, ma spesso fastidiosa gente, ve n'è quanti se ne vogliono. Ne sceglieremo per la sua amenità uno soltanto.

Una mattina l'Ab. Carì dopo di aver celebrato messa nella chiesa di S. Matteo, si stava spogliando degli abiti sacerdotali nella sagrestia. Nel frattempo gli si presenta un uomo, che lo prega di volere udire due suoi sonetti, o di dirgli quale gli sembri degno di vedere la luce. L'ab. Carì china benevolmente il capo ad ascoltare. Mentre lo sconosciuto legge il primo sonetto, il Carì si fa brutto in faccia. Finita la lettura, gli dice secco secco: «Stampate l'altro». — «Ma come! risponde quello; se Vostra Reverenza non l'ha sentito ancora?» — «Sicuro: aggiunge l'Ab. Carì, perchè peggiore di questo primo, il secondo non può essere». [pg!415]

[CAP. XXV.]

L'ACCADEMIA (UNIVERSITÀ) DEGLI STUDI E GLI STUDENTI.

Dopo la soppressione dei Gesuiti la istruzione non ebbe quel rinnovamento che era da impromettersi. Come suole avvenire nelle improvvise rivoluzioni d'ordine politico civile, morale o religioso, non si era preparati al da fare, e si credette di aver provveduto alle prime e più urgenti bisogne abbattendo in fretta e in furia gli emblemi della espulsa Compagnia e supplendo alla meglio qualche istituzione buona alla gioventù maschile e femminile.

Dieci e più anni passarono senza un piano prestabilito di riforme, senza un concetto sicuro di ciò che convenisse sostituir proficuamente all'insegnamento che era venuto a mancare. Si sapeva quel che si era lasciato; non si sapeva quel che si dovesse prendere.