Coi tempi nuovi (1860) fu fatta man bassa sopra alcune di queste iscrizioni: e quando la resipiscenza degli amministratori le volle conservate al Municipio, e soprattutto in quella che è ora Sala delle Lapidi, un gran numero vi mancarono, perchè state rotte, smarrite, o invertite a vilissimi usi.
Il richiamo alla vanità dei passati ci condurrebbe a malinconiche considerazioni sui presenti, affetti più di quelli da vanità e da megalomania. Il secolo XIX si è chiuso con una specie di morbosità monumentale, non per sincero sentimento di ammirazione ai morti, ma per mal dissimulata bramosia dei vivi di attaccarsi alla fama di celebri e non celebri morti e vivi.
E passiamo oltre.
Tra tanto senno il Cannella fa sedere Carlo Santacolomba pel suo libro sopra la Educazione degli alunni del Buon Pastore; ma lo Scinà, che esercitò dittatura [pg!409] letteraria incontestata, lo ritenne una vacuità illustre, che riuscì a strappare la gradita Abbazia di S.a Lucia del Mela (prov. di Messina). Questa ed altre abbazie, pingui canonicati, erano l'aspirazione incessante, la caccia perpetua di centinaia di persone. Ebbe quella di S. Angelo lo Scopello in Trapani il cattedratico Giovanni Gianconte, medico del Vicerè; ma se volle conservarsela, dovette vestire sempre l'abito chiericale non ostante avesse un bel tocco di donna dopo un matrimonio in perfetta regola a tutti noto, meno che al Governo. Ebbe il maltese Vella e si godette fino al giorno della sua condanna l'Abbazia di S. Pancrazio, che il sommo Meli chiese sempre invano; ed il Gregorio potè conseguire quella di S.a Maria di Roccadia alla vigilia di scendere nel sepolcro.
Eccezione ammirevole le donne colte, e perchè tali, lodate da colti uomini. Lieto ricordo è nelle scienze morali la Principessa di Campofranco, sulla quale non ebbero mai presa le lodi smaccate degli adoratori. Valente era, ma non quanto i contemporanei, perchè donna, nobile e ricca, la proclamarono. Il turbinio della Corte di Napoli la condusse fuori del campo delle lettere. Il matrimonio distrasse dagli studî Anna Gentile, cui il padre avea educata a studî forti e della quale la bizzarria del Principe di Campofranco diede in luce certe Lettere filosofiche[421]. Pure nè l'una, nè l'altra di queste donne superaron la Principessa di Villafranca in quelli di Educazione: e di tutte e tre [pg!410] nessuno partecipò agli studî di Donn'Anna Maria li Guastelli, monaca dell'Assunta, che in due poemetti cantò di S.a Rosalia e di Palermo liberato dalla peste del 1625, e venne allietata o conquisa da una pioggia di sonetti; ma non lasciò cogliersi dalla epidemia poetica, allora più che mai insidiosa: il che fa supporre in lei virtù non comune in mezzo alla comune debolezza dei verseggiatori.
Siamo proprio al tempo in cui, infastidito delle continue richieste di odi e di canzoni per le più frivole cose, Parini esclamava:
Possibil che un dottor non s'incoroni,
Non si faccia una monaca od un frate
Senza i sonetti e senza le canzoni!
E se questo in Milano, non altrimenti era in Palermo. I migliori poeti non sapevano resistere alla pertinacia delle richieste come alla vanità d'infilar versi. Non facciamo il nome del Meli, perchè non vogliamo profanarlo; e non vorremmo fare neppure quello del Carì se di lui dovessero rispettarsi solo le improvvisazioni, aliene da tutte le convenzioni ufficiali. Ma anch'egli, il Carì fu vittima non sappiamo se della corrente di allora o di sua particolare inclinazione. Se per poco gli andremo dietro, lo vedremo poeta di tutte le ricorrenze, dalla morte d'un amico, al giuoco del pallone, dall'ascensione aerea del capitano Lunardi alla effimera guarigione del Vicerè Caramico, ed alla improvvisa morte di lui. Qualche volta però, anzi sovente, come ardito, libero padrone del campo poetico, meschinamente, forse bassamente, popolato di adulatori senza [pg!411] pudore e di scribacchini senza coscienza, nelle sue non misurate corse, talora ricalcitra alle regole del Galateo ed al freno dell'arte, tanto dal trascender nel lubrico; e pare confonda la franchezza con la licenza. Per questo il suo nome, Cireneo di cento croci, veniva preso come etichetta di merci avariate o di contrabbando; giacchè non v'era sonetto, non epigramma, non satira mordace della quale non si attribuisse a lui la paternità. Questo, se non è sempre onorevole per la sua fama, dimostra che nessuno si riteneva più franco di lui nel dire il fatto suo sui peggiori arnesi e sulle più brutte cose del secolo. La sua musa sorrideva e fremeva, sogghignava e plaudiva, quando velata e quando scoperta, attorno al card. Lorenzo Ganganelli che diventava Papa Clemente XIV (1769); a Voltaire che moriva (1778); ai frati Domenicani e Francescani che perdevano il privilegio del Generalato (1788); a Francesco Carelli, che partiva, esacrato ministro napoletano, da Palermo (1795); all'Ab. Vella che veniva condannato (1796). Uno scatto di questa musa contro il neo-eletto avvocato fiscale del R. Patrimonio, Monroy, bastava a trattenere il Re dal concedere il possesso dell'alto ufficio. Allorchè nel 1798 Carì cessava di vivere, il Meli lo piangeva a calde lacrime e cantava:
Mortu è Carì, lu granni, lu sublimi
Principi di la lira e di li canti[422].
Che fosse stato tale, lo dissero tutti i contemporanei; ma dell'opera poetica di lui labili ricordi restano, [pg!412] più che per le poche poesie edite, per le molte manoscritte, a ragione o a torto a lui attribuite; della oratoria scarsi, mediocri documenti; e della teologica, per quanto lodata, dissertazioni per le quali pochi ebbero ragione di annoverarlo fra i grandi maestri della scienza di Dio.