Ma non perdiamo di vista i Portraits del Cannella.
Col Sergio e col Balsamo, con frate Bernardino da Ucria e col Chiarelli, col Controsceri e con lo Spedalieri troviamo da lui ammirati il Giarrizzo, il Sarri, il Piazzi ed un'altra dozzina di personaggi, non tutti egualmente illustri. Meli, degli altri poeti onore e lume, vola come aquila sui contemporanei: e gli vien dietro l'ab. Carì. Il teatino Sterzinger è onore della bibliografia; De Cosmi, dello insegnamento e della sacra oratoria. [pg!406]
Mentre da tutti si guardava come mestiere il commercio, Sergio lo studiava come scienza, e primo avea il coraggio di proclamare i pregi dell'agricoltura, e di parlare del lusso moderato delle nazioni, della necessità delle pubbliche strade, della polizia della marina di Sicilia, del modo di tirar la seta dai bozzoli del filugello con piccole ruote; e raccomandava ai magistrati le nuove arti da introdurre tra noi. Amico del Genovesi, scriveva a lui del vantaggio che le scienze esatte potevano trarre dal commercio. Bartels che lo conobbe ne lodava la mente aperta ed attiva, ma preoccupata: segno forse della coscienza che egli avea del suo valore, non da tutti compreso, da pochissimi eguagliato[419].
Caratteristica la figura di Mariano Scasso, sulla quale piacquesi di barzellettare anche il Meli. Ingenuo nel credere, inabile a combattere le altrui opinioni, D. Mariano dava ragione all'ultima da lui udita, quando non cercava di conciliarle tutte senza accorgersi che non ne accordava nessuna; e cedea alla mobilità fantastica del suo spirito secondo l'ambiente nel quale si trovava; sicchè,
Sulu lu movìnu
L'oggetti intornu:
'Na donna, un cavulu,
Un servu, un cornu.
Godeva fama di molto sapere e se ne invaniva come di merito eccezionale: il che nol privava di amici, che [pg!407] di lui stimavano la sincerità del cuore. Merito, che tutti discussero, fu la sua versione italiana, affogata in un mare di note (per l'epoca araba prese, nientemeno, dal Codice diplomatico Airoldi-Vella!) della Histoire générale de Sicile di de Burigny; versione che lo Scasso avrebbe fatta anche del Corano se, come osservava il Cannella, ne avesse conosciuta la lingua[420].
Di Monsignor Gioeni può pensarsi ch'egli avesse la passione di fabbricare. Non prima, infatti, erano principiati o condotti innanzi i suoi edifici, ch'egli per pentimenti sopravvenuti voleva riformarli: lusso consentitogli dalle non comuni e quasi sempre ben impiegate ricchezze. Con la passione delle opere edilizie procedeva in lui quella della gloria; poichè se pochi lo somigliarono nello esercizio incessante della virtù, egualmente pochi si piacquero quanto lui di raccomandare la propria fama alle opere che da quell'esercizio traevano vita e calore in iscrizioni non prive di lunghezza e di ampollosità.
Pure bisogna esser giusti. Questo difetto di modestia non va preso come una specialità del Gioeni. Altri con lui lo ebbero, ma in lui era sopravvanzato da un patriottismo senza pari.
Ed in vero: gli ultimi decennî del secolo accusano nei nostri reggitori ed amministratori una febbre intensa di gloria. Non si compiva un monumento, una fabbrica, un ornamento che non lo si volesse raccomandato ai posteri; sì che le iscrizioni onorarie e commemorative [pg!408] si moltiplicavano a vista d'occhio, specialmente, quando per la trasformazione degli edificî, per lo sviluppo della città e per la modificazione dei vecchi istituti la edilizia veniva subendo frequenti riforme.
Regnava Ferdinando III, e le iscrizioni auspicavano da lui e dal Vicerè, e s'impinguavano con la lista dei nomi e dei titoli, non sempre classicamente latinizzati, dei Pretori e dei Senatori. Più d'una era pel Marchese di Regalmici, al quale le incessanti cure dell'ammiranda opera di abbellimento della città non toglievano il tempo di assistere a solenni accademie in onor suo, nel Palazzo Pretorio e in palazzi privati.