Vedevan la luce; ma viaggiavano? Ecco il punto che dovea disarmare gli autori. Giacchè, per quanto essi si adoperassero a far conoscere i proprî lavori fuori Sicilia, in Italia, non riuscivano se non a risultati molto meschini. Occorrevano larghe conoscenze e aderenze forti; le une e le altre, anche se conseguibili, frustrate dall'isolamento del paese, dalla lontananza dai grandi centri intellettuali, dalla poca inclinazione del gran pubblico alla cultura, dagli ostacoli che ad ogni passo sorgevano, mano mano che uomini [pg!401] e cose avvicinavansi alle barriere degli staterelli ond'era divisa l'Italia, e, nel finire dei secolo, dalle vertiginose vicende politiche.
Il tempo dei Vicerè spagnuoli era passato, ma anche in quello dei Vicerè italiani, del Fogliani p. e., di quanto si avvantaggiarono in proposito le condizioni letterarie? Solo sotto il Caracciolo le cose cominciarono a mutare aspetto, ed il Caramanico stimava gli uomini d'ingegno ed amava circondarsene. Non pochi poterono venire in fama per protezione del suo predecessore e di lui, che veramente faceva anche in letteratura, come gli altri Vicerè in politica e in amministrazione, la pioggia ed il buon tempo. Accennando al po' di bene che agli studî apportava il Caramanico, studioso tra studiosi, il Bartels però osservava: Se il Vicerè non riconosce la dignità delle opere dei dotti, se non cerca di mettere questi in relazione con quelli di altre nazioni, se non aiuta il commercio dei libri e non rende agevole la loro pubblicità, non ci sarà nulla da sperare. Aggiungeva poi una osservazione, che, presa assolutamente, è falsa; ma che può esser vera solo in parte, e con certe riserve. I baroni del Regno, diceva, temono le conoscenze filosofiche e storiche e cercano di distruggerle[415].
Con la mancanza assoluta di editori, con la difficoltà di trovar favore presso il Governo, con la censura preventiva e le lungherie per l'approvazione di stampa, faceva contrasto il numero dei librai, che neanche oggi [pg!402] si hanno. Nicola Volpe presso la chiesa di S. Nicolò Tolentino; sotto il palazzo Comitini, la U. Stamperia, che avea un fondo di libri in vendita; i fratelli Martinon sotto il palazzo del Marchese Drago; poco discosto, presso il Monastero del Salvatore, D. Tommaso Graffeo; più in alto, di faccia al Collegio Massimo, il Rini; poi la Nuova Libreria all'Insegna della Verità, e quella del Giaccio ai Cartari, e quella di Filippo Perrotta ai Cintorinai, viveano di siffatto commercio (1794).
Interminabili le dispute filosofiche e teologiche, nelle scuole superiori di scienze umane e divine: le accademie, i seminari ecclesiastici, i conventi battagliavano in sostegno d'uno o d'un altro sistema. Le antiche ire suscitate tra i Gesuiti per la difesa di quello di Leibnizio, svolto in versi italiani dal March. Natale[416], più presto che avversari avea tra gli studiosi creato amici alla trionfante scuola Wolfiana. Il colpo mortale dato dal giovane pensatore alla scolastica era stato improvvidamente riparato dal S. Uffizio con le vessazioni al poeta e con la condanna del libro di lui. Per dirne una sola: i Cassinesi di S. Martino nella loro chiesa di S. Spirito in Palermo aveano pubblicamente, solennemente affermato le loro opinioni leibniziane nei giorni appunto che il famoso Tribunale venivale riprovando. La lotta tra il vecchio ed il nuovo proseguivasi forte, anche dopo lo allontanamento della Compagnia di Gesù, e non pure in Palermo ma anche in Catania. Leonardo [pg!403] Gambino leibniziano, protetto da Mons. Ventimiglia, soppiantava il medico-filosofo Agostino Giuffrida, nemico implacabile di Leibnizio, del quale si facean campioni arditi nella Capitale Niccolò Cento, Vincenzo Fleres e Simone Judica.
La soppressione del S. Uffizio infondeva vigore novello alle menti di questi e di altri pensatori. Gli esemplari della Filosofia Leibniziana del Natale, sfuggiti fino allora agli occhi lincei degli Inquisitori, ricomparivano, non più timidamente, alla luce, ridestando assopiti entusiasmi, e con essi inveterati rancori; ma questi venivano da quelli soverchiati, ed il nome del già reprobo Natale, nei chiostri, nelle accademie, nei ministeri del Governo correva per le bocche di tutti.
Frattanto, mentre in Terraferma, smarritesi le tradizioni della filosofia italiana, si correva dietro al sensismo francese, in Monreale si facevano strada le dottrine di Vincenzo Miceli, condivise da compagni e da scolari devoti di lui. Ma quelle dottrine incontravano pure energica, gagliarda opposizione. Miceli, che in patria era un novello Pitagora, si confondeva in Palermo con Spinoza; Miceliani e Spinosisti, messi dagli avversarî in combutta, venivano, siccome nemici d'ogni principio morale, assaliti. L'accusa si estendeva anche a Niccolò Spedalieri, il quale come maestro di sacra Teologia in un seminario cattolico (Monreale) era posto in mala voce; il che dovea al futuro scrittore dei Diritti dell'uomo dar occasione della sua partenza per Roma. Preti e frati dentro Monreale e Palermo si arrogavano il diritto di privativa di sistemi [pg!404] con la relativa infallibilità di giudizî, convertendo così il campo sereno della discussione in arena di lotte infeconde. A S. Martino lo storico Evangelista Di Blasi si accaniva contro le teorie miceliane; le quali, d'altro lato, a Monreale il benedettino Gaspare Rivarola sosteneva totis viribus anche a pericolo di comparire ribelle ad una delle maggiori autorità. Tesi teologiche dibattute favorevolmente alla presenza di due Arcivescovi dagli scolari dello Spedalieri, vietate in Palermo, potevano stamparsi in Roma: contraddizione evidente, che faceva dubitare delle ragioni della verità. In Toscana, secondo gli umori dei critici, il Di Blasi era seguito o abbandonato: più d'uno appassionavasi alle polemiche vivaci; e coronava l'opera in Palermo l'Ab. Meli con un epigramma, divenuto celebre, il quale gettava il ridicolo sopra le file dei partigiani del forte pensatore, dopo la cui immatura morte essi avevano divulgato un ritratto col semplice cognome Micelius.
L'epigramma era una ricetta per la composizione del sistema miceliano:
Recipe di Miceli la sustanza
Modificata beni cu l'essenza;
Poi l'essenza, li modi e la sustanza
Li cummini, e n'estrai 'na quinta essenza;
Poi 'mbrogghia arreri l'essenza e sustanza,
Riduci la sostanza ad un'essenza;
Cussì 'ntra modi, 'ntra essenza e sustanza
Truvirai d'ogni scibili l'essenza[417].
Contemporanee a queste velleità nella ricerca del [pg!405] Vero son quelle della cultura del Bello. Non per un solo decennio (1770-1780), come porta la fama, ma per un periodo più lungo ancora, si fecero vive, per impulso del Principe di Campofranco, certe tendenze ad una letteratura leggiera, francesizzante. Avea essa carattere di galanteria e manifeste inclinazioni all'untume enciclopedico, buono a far comparire dotto chi non lo era, o molto istruito chi lo era poco.
Lo Scinà si mostra costantemente avverso a questa evoluzione letteraria; tuttavia non nega che l'allettamento della nuova maniera onde si presentavano scienze e lettere, dovea per la sua inusitata piacevolezza invogliare agli studî spargendo una superficiale cultura, che ripuliva ed ingentiliva la nazione[418]. Si sarebbe potuto occupare di cose serie, è vero, ma fu un bene che di qualche cosa si fosse occupato e qualche elemento d'istruzione e di cultura avesse cercato di far gradire.