Questi ed altri dotti, tipi di cavalieri antichi, modelli perfetti di sacerdoti e di amministratori, noi li abbiam [pg!397] visti nei sodalizî intellettuali attendere alla illustrazione delle cose patrie, al progresso delle scienze e delle terre, allo studio del natio idioma. Noi siamo stati presenti a qualche loro adunanza, e abbiamo visto che anch'essi, ahimè! questi uomini egregi, aveano le loro debolezze. Ma anche fuori sodalizio, essi non erano esenti dai difettucci che un arguto scrittore sardo del sec. XIX, Giuseppe Manno, dovea battezzare: Vizi dei letterati. Il minore dei Di Blasi, regio storiografo, non seppe perdonare a Mariano Scasso la pubblicazione d'una versione italiana del de Burigny. L'opera per manco di sussidio di monumenti e di documenti, per errori di fatti che la scoprivano al critico più modesto, era a dir vero difettosissima; ma il Di Blasi oltrepassò il segno. Il suo altezzoso giudizio scese alle minuzie e trascese in biasimo astioso.

Quello spirito irrequieto che fu l'ab. Salvatore Cannella, tornando dalla Francia, dove l'arditezza delle opinioni avealo sbalestrato, in una opericciuola di Portraits espresse certi suoi giudizî sopra i maggiori scrittori siciliani della fine del secolo[412]. Quei giudizî sono un misto di buono e di cattivo; e lo Scinà, pur non nascondendo la sua simpatia per l'autore, ebbe a dire: «In questi ritratti il Cannella diede di mano alla metemsicosi e fece delle trasformazioni. Mise in Meli l'anima di Anacreonte e di Teocrito, e nel Gregorio quella dell'Algarotti; mutò il cieco Marini, professore [pg!398] di rettorica, in Suderson, Scasso in Montaigne, Fleres in Malebranche e Carì nel Fontanelle della Teologia»[413].

Come venisse accolta la galleria di ritratti del Cannella non sappiamo. Certo, i contemporanei non ne parlarono quanto i posteri; i quali, a corto di notizie personali di certi uomini grandi e piccoli, presero i Portraits come documento di storia letteraria; però nè Meli, nè Fleres, nè Scasso, nè Carì, solo per quella apoteosi di persone, credettero toccare il cielo col dito: ed il Cannella rimase quel che era: guardato in cagnesco dall'autorità chiesastica (la quale non poteva dimenticare certo suo ardito discorso contro il celibato, fortemente combattuto dal p. Leone) e sospettosamente dalla governativa, che ne seguì la fuga in Francia; con diffidenza dal pubblico grosso e dai dotti, i quali videro in lui un corruttore della gioventù, un novatore infranciosato, un mal dissimulato volterriano. Ai dì nostri egli sarebbe stato un grand'uomo per la facilità dell'ingegno ed i principî avanzati, che son solida chiave ad aprire le porte d'un giornale, specie se il Cannella si fosse deciso a smettere l'abito talare, e più ancora a far pompa d'una moglie presa in barba al celibato. Tale però non fu di lui. L'avversa fortuna gli tolse di conseguire un bene qualsiasi; e quando egli si affissava speranzoso in essa; una trave dello steccato dei fuochi artificiali della Marina, per le feste di S.a Rosalia, gli troncò la vita. Un epigramma corse allora in bocca di lui: [pg!399]

Non fu la trave no che mi ferì:

Fu la mano di Dio che mi colpì.

E fu ripetuto che Pio VI, infastidito delle bricconate di Cagliostro (G. Balsamo) e della fuga dello Ab. Cannella dalle mani dei gendarmi pontifici, usasse dire: La Sicilia mi ha regalato il balsamo e la cannella!

Ora qualche pagina di quel libriccino è una sicura sintesi delle condizioni letterarie del tempo; e l'ultima vuol essere riportata:

«La nostra piazza non è ancora accreditata: e da noi non si trova un libraio che voglia spendere. In Sicilia le Lettere non sono un mestiere come altrove. La Teologia, la Giurisprudenza, la Medicina assorbono tutto. I nostri accademici ci opprimono a furia di sonetti. Premî pubblici mancano: e noi ci occupiamo di bazzecole e di dispute scolastiche. Il giansenismo ed il molinismo ci han divisi in due fazioni e mentre fuori si ride dei due sistemi, qui diamo loro una grande importanza. Altra setta, quella dei Miceliani, ci faceva girare la testa: sicchè noi non c'intendiamo più; ed intanto che il Cento ed il Natale, sostenitori di Copernico e di Leibnizio, eran proscritti, ed il Carì tremava per avere scherzato sulla scienza moderna, il furore gesuitico lo perseguitava dovunque»[414].

Per quanto breve e leggiera, questa pagina può servire a punto di partenza per comprendere l'ambiente letterario d'allora.

E anzitutto: è innegabile che in Sicilia non si conoscesse neanche di nome l'ufficio di editore nel senso [pg!400] moderno della parola e in quello che in Francia avealo trovato l'Abate Cannella. Uno studioso che avesse consumata la miglior parte della sua vita nella composizione d'un'opera, tutto poteva sperare fuori che questa gli venisse stampata da un libraio. Poteva bensì sperare, e trovava talvolta un protettore che generosamente ne pigliasse sopra di sè la spesa: ed allora era ben naturale che la dedica fosse fatta al mecenate; anzi è da credere che la dedica fosse leva della operosa benevolenza, o che la benevolenza preludesse alla dedica. Molti dei libri che nel frontespizio portano anche in caratteri modestissimi col nome dell'autore quello d'una persona alla quale il libro è dedicato con titoloni e lodi straordinarie, possono ritenersi fatti a spese di costui.

Giova però avvertire che non di rado interveniva il Governo e che libri d'indiscutibile valore, d'indole strettamente siciliana, o che facessero agli interessi del pubblico, vedevano la luce per sola ed efficace opera del Governo, nella Stamperia reale.