La vita ristretta che le condizioni d'allora imponevano non poteva non creare cultori di discipline di argomento siciliano. La Sicilia stava in cima ai pensieri, agli affetti d'ogni studioso; era la nazione e la patria. Al di là del suo mare, altre nazioni, altri popoli: il regno di Napoli, la repubblica di Genova, quella di Venezia, lo stato di Milano ecc., rappresentati nella Capitale, nella urbe, dalla nazione napoletana, dalla genovese, dalla veneziana, dalla milanese e da altre che mettevano capo ai rispettivi consoli, e con essi alle chiese di lor proprietà ed esercizio. C'era S. Giovanni pei Napoletani, S. Giorgio pei Genovesi, S. Marco pei Veneziani, S. Carlo Borromeo pei Lombardi, la confraternita dei quali avea sede nella parrocchia di S. Giacomo la Marina.
Carattere spiccato quindi la sicilianità della cultura storica, tanto nella sostanza, quanto nella forma. [pg!393]
Nel precedente capitolo abbiam veduta questa sicilianità spinta all'eccesso sul finire del secolo. Possiamo frattanto gli occhi sopra un libro qualsiasi di erudizione, di antiquaria, di storia propriamente detta, del tempo. Vi troveremo sempre la Sicilia nella sua geografia, nelle sue vicende passate e nel suo presente. I suoi monumenti pagani come le sue reliquie cristiane, i suoi castelli come le sue chiese, gli avvenimenti di tutta l'Isola come i fatti di una religione di essa, delle sue grandi città non meno che dei suoi piccoli comuni, delle sue istituzioni, delle sue leggi, dei suoi uomini insigni per carità, per ingegno, per valore: tutto era argomento di ricerche per un buon patriota.
Noti il lettore che il patriota d'allora non era il patriota d'oggi; il quale, se falso, vanta servigi non mai resi alla patria, o incombenze non mai ricevute o disimpegnate: vanti e lustre onde si sale ad alti e ben rimunerati ufficî. Era bensì patriota chi amava operosamente la terra natale, chi ne amministrava disinteressatamente gli istituti, chi beneficava i poveri, chi celebrava i fasti della sua terra, e chi di essa procurava in ogni maniera lo ornamento ed il lustro.
In questo significato giunsero a noi come patrioti di fama illibata un Monsignor Ventimiglia, che i suoi libri donava alla città di Catania, ed in Catania istituiva un ospizio pei poverelli; il Principe di S. Vincenzo Alessandro Vanni, che efficacemente cooperava alla fondazione della Biblioteca Comunale di Palermo; Mons. Gioeni dei Duchi di Angiò, che liberalmente fondava il Collegio nautico, assegnava quattordicimila [pg!394] onze (L. 178,500) all'Albergo dei poveri, ed istituiva una scuola di Filosofia morale e civile legando premî annuali ai giovani che in essa si segnalassero, ed un catechismo faceva scrivere e largamente e gratuitamente diffondere ad istruzione del popolo, ed i suoi libri donava alla Città (vedremo più oltre il lato debole di questo patriota). Patriota quel Pietro Lanza Principe di Trabia, che, come abbiamo veduto, primo concepiva (1786) una scuola di agricoltura con un campo agrario nell'ex-podere gesuitico della Vignicella: proposta tutta moderna, che poi con le proprie sostanze traduceva ad atto il Principe di Castelnuovo con l'Istituto agrario che prende nome da lui[410]. Patriota infine, per non perderci in una rassegna fortunatamente larga, il Marchese di Villabianca, che solo raccoglieva ed illustrava tanta e così diversa e svariata materia di erudizione siciliana quanta non ne poterono mai, se ne togli il Mongitore, parecchi studiosi, e che da tanto tesoro staccavasi in vita, facendone dono alla sua terra diletta.
La storia nostrana pertanto avea grande attrattiva per gli uomini più eletti. Ad essa come raggi che convergano al centro inclinava chi non preferisse coltivare una scienza, o chi non amasse perdersi dietro le evanescenze della fantasia. Anche poeti come lo Scaduto vi trovavano ispirazione a poemi epici ed a canti lirici. Le tradizioni del Fazello, del Barbieri, dell'Inveges, del Paruta, dei due Di Giovanni (Vincenzo e [pg!395] Giovanni); gli esempî degli Amico (Antonino e Vito), di G. B. Caruso, del Mongitore, erano stimolo a chi inclinasse a continuarli. In un medesimo tempo fiorivano, nella sola Palermo, col citato Villabianca il Testa, i fratelli Di Blasi, Gabriele Castello di Torremuzza e R. Gregorio: sei tra una pleiade di benemeriti delle sicule memorie.
Il Testa, premorto a tutti (1775), scriveva di Guglielmo il Buono e di Federico IIº d'Aragona, ed ordinava i Capitoli del Regno. Il Villabianca consacrava la sua attività giornaliera al suo Diario palermitano, che si chiudeva il mese della sua onorata esistenza (1802): e lasciava il Palermo d'oggigiorno, la Sicilia nobile e centinaia d'opuscoli siciliani, dove la pazienza delle investigazioni fa perdonare il difetto della critica e la vanità puerile.
G. Evangelista Di Blasi con la Storia dei Vicerè di Sicilia, preludeva alla ponderosa e troppo diffusa Storia di Sicilia (1811). Il periodico di Opuscoli di erudizione, in venti volumi, durato fino al 1778 a cura di Salvatore Di Blasi, veniva seguito dall'altro congenere di Nuova Raccolta.
Dalla teologia e dalla letteratura il Gregorio passava alla storia ed alla diplomatica, e nel tranquillo presbiterio di S. Matteo nel Cassaro, solo e senza maestri, sudava ad imparare la lingua araba, nella quale si levava maestro così esperto e sicuro da strappare la maschera all'Ab. Vella. Dai tempi del Caracciolo in poi, nell'annuale Notiziario di Corte scriveva di geografia e di storia naturale, di tasse e di traffichi, [pg!396] di derrate e di commerci, di monumenti e di artisti dell'Isola. Nessuno prima, nessuno dopo di lui seppe meglio adombrare il perfetto modello di una storia civile. Componendo in sè il giurista e lo storico, il letterato ed il filosofo, si preparava a dar fuori un'opera sul Diritto pubblico siciliano; ma come parlare di questo in un paese ove ministri servili trepidavano per tutto ciò che nella esaltata loro fantasia apparisse sospetto alla regia prerogativa? onde il censore del manoscritto ne mutava il titolo originale nell'altro di Considerazioni sulla storia di Sicilia, come se il titolo mutasse la sostanza! E non si guardava all'alto concetto di «una delle più profonde opere che in questi ultimi tempi fosse stata scritta in Italia»[411].
Il Principe Gabriele Castello di Torremuzza dopo indagini pertinaci metteva fuori la sua Sicilia Numismatica e le monete delle isole adiacenti alla nostra. Ovunque egli passasse, lasciava traccia di sè: presso Porta d'Ossuna, nell'Orto del Barone Quaranta, dove scopriva antiche catacombe a tutti ignote; all'Ospedale grande, all'Accademia degli studî, al Tribunale del Commercio, tre istituti che l'ebbero deputato e giudice; a Segesta, dove restaurava il tempio; a Girgenti, ove disgombrava sovrapposizioni cristiane al tempio della Concordia e faceva restauri a quello di Giunone Lucina.