Nel Giornale di Sicilia del 9 dicembre 1794 un anonimo scriveva lodando il parlar materno (il siciliano), e raccomandando il toscano come lingua per tutti. Questa osservazione semplicissima provocava una violenta risposta nel medesimo giornale. Altro anonimo prendeva per nemico della patria il lodatore del toscano, [pg!389] e questo era costretto a scagionarsi dall'accusa[407].

Non era argomento da pigliare a gabbo.

I componenti dell'Accademia siciliana non per nulla erano accademici. Essi avevano tutte le miserie della loro razza. Noi li abbiam visti a fare il chiasso, anche per un nonnulla, nel Palazzo senatorio. Ebbene: se non peggio, lo stesso facevano all'Accademia. Il bello è che i principali agitatori eran quelli che catoneggiavano per mettere il bavaglio ai tribuni. La è sempre così: quelli che si atteggiano a vindici delle violenze altrui sono i più violenti; così avviene che parlano sempre di onestà molti di coloro che della onestà non sono i migliori amici.

Quando, dopo la decapitazione del Di Blasi, la Società venne soppressa, di lei non si parlò più altro che per vederla ricostituita. Il March. di Roccaforte l'ebbe nella sua casa, ed il Meli ne trasse lieta ragione a prospero avvenire. Le sedute si ripresero; ma in qualcuna di esse si sicilianizzò troppo di allusioni e di equivoci[408].

Questi accademici un giorno vennero fuori con una proposta letterariamente liberticida: qualunque componimento poetico da leggersi in pubblica adunanza doveva prima sottoporsi alla censura preventiva d'una commissione. Non bastava quella del Governo per la stampa, se ne voleva creare un'altra per la lettura!

Con questo colpo di stato anche i grandi dovevano [pg!390] passare sotto le forche caudine dei piccoli. Gli stessi Meli e Scimonelli non avrebbero potuto sottrarvisi. Meli, Presidente perpetuo, ne sorrise; altri vi si acconciarono. Gli screzî, già alle viste, entrarono in campo; le bizze degenerarono in liti da partito; e l'Accademia corse il pericolo di andare a monte. Il venerando Meli interponeva la sua autorità: e a questi raccomandava la calma, a quelli il rispetto: non esser possibile procedere di questo passo; andarci di mezzo la serietà degli studî, l'interesse della patria lingua; grande lo scandalo di tante pretese; necessaria la buona volontà in tutti per un accordo che cementasse la pace. Ma il buon vecchio avea da fare con gente irritabile, anche perchè composta di poeti novellini e presuntuosi, e non riusciva a riconciliarli nè a farsi sentire. Allora, perduta la pazienza, li manda a carte quarantotto con un ultimo sonetto intitolato al Conte di Torremuzza «contro alcuni poeti siciliani», i quali, irrequieti e villani, non sapevano stare in pace tra loro nè con gli altri:

Scuvai di puddicini 'na ciuccata;

E allura li sintii ciuciuliari

Cu la scorcia a li frinzi 'mpiccicata,

Mi lusingai chi mi nn'avia a prigari.

Ma ora ch'ànnu la cricchia già spuntata

Si mettinu 'ntra d'iddi ad aggaddari,

Nè trovu a cuntintarli nudda strata,

Nè 'nsemmula, nè suli vonnu stari.

Cerca ognunu cumpagni a sulu oggettu

Di putiricci dari pizzuluni;

Dicinu chisti: Appara tu, ch'eu mettu.

Cui s'arrisica starici in comuni,

Si a mia chi pri accurdarli m'intromettu,

[pg!391]

Pri la facci mi tiranu a sautuni?

O Conti miu patruni.

La Censura, pri quantu iu viu e sentu,

È di pizzuliari lu strumentu.

Da chistu iu ni argumentu

Chi pri cuitari sti sautampizzi

Lu menzu è ditagghiaricci li pizzi[409].

Gli studiosi di calembours troveranno stupendo l'ultimo verso. [pg!392]

[CAP. XXIV.]

PATRIOTTISMO DEGLI STUDIOSI. L'AB. CANNELLA. DISPUTE FILOSOFICHE E TEOLOGICHE. STORICI, LETTERATI, POETI.