A questi, altri insegnamenti vennero aggiungendosi più tardi; sì che ai primi del nuovo secolo poteva ben contarsi sul numero dei trenta della Deputazione medesima, pure essendovene diversi da quelli da essa vagheggiati. Lettori furon detti coloro che oggi chiamiamo professori, titolo che assumono modesti insegnanti elementari come titoli nobiliari si arrogano vanitosi audaci che non vi han diritto. Agli antichi venne conservato il salario annuale di cent'onze (L. 1275); ai nuovi quello di sessanta ad ottanta (L. 1070), che al settecento valeva qualche cosa.

In tutto questo tempo l'Accademia ebbe maestri rinomati: l'Ab. Carì per la Dommatica, G. Venanzio Marvuglia per l'Architettura, Controsceri per l'Etica, Sergio per la Economia pubblica, R. Scuderi per la Patologia. Meli tribolava insegnando Chimica senza gabinetto; Garajo chiedeva invano di dettare il suo corso di Istituzioni civili e di rito civile in casa; Frate Bernardino da Ucria, condannato al modesto ufficio [pg!420] di dimostratore, faceva per la Botanica assai più del lettore Giuseppe Tineo. Man mano che altre cattedre si fondavano, maestri valorosi venivan chiamati ad occuparle: l'Ab. Balsamo l'Agricoltura, il can. Gregorio il Diritto siculo. Con larghe offerte si fecero pratiche per avere allo insegnamento della Letteratura il Marmontel, delle Matematiche il Lagrange, della Fisica lo Spallanzani, dell'Astronomia l'Oriani: più oltre non poteva andarsi, ed il Caracciolo vi si spinse con lo ardore di un riformatore; ma le pratiche riuscirono infruttuose; e fu somma fortuna che il Piazzi si decidesse a lasciar la sua Valtellina per la Sicilia, ove fu compagno ad altri ecclesiastici del Continente italiano quali il Salvagnini da Padova e P. Michelangelo Monti da Genova.

Tra essi, circondato della falsa aureola di sapienza arabica, si assise superbo il più gran ciarlatano del secolo dopo Cagliostro in Sicilia, l'Abate Vella, le cui sfacciate creazioni storiche ci siamo provati a riassumere in un precedente capitolo.

Tolto in siffatta maniera ogni impedimento alla laurea, il numero degli studenti si accrebbe, e con essi il bisogno di un regolamento di disciplina. Verso la fine del secolo questo numero rappresentava una media di 850; nel 1800 preciso era di 896, cioè: 84 nella Facoltà teologica, 152 nella medica, 324 nella filosofica, 336 nella legale[425].

Dalle carte dell'Accademia non si rileva se tutti facessero [pg!421] il loro dovere; si rileva bensì che era molto attiva la sorveglianza del Rettore del cortile sullo studio e sulla condotta loro. Si prendeva nota dell'intervento degli scolari alle lezioni, del buon costume, degli atti di pietà ai quali essi erano tenuti: ed atti obbligatorî di pietà erano la messa ogni Domenica nell'Oratorio, il catechismo, le preghiere e via dicendo. I giovani leggitori di questo libro — se tant'è che esso ne avrà — sorrideranno a queste notizie: ma la cosa era proprio così. Gli spiriti che oggi compiangono i poveri di spirito di ieri, maestri e discepoli, devono pur pensare che essi hanno risoluto il grave problema della credenza nella peggior maniera: non credendo nulla.

Le vecchie insegne dottorali rivennero dal Governo autorizzate: fu permesso l'anello e l'uso della cintura sopra gli abiti civili ed il fiocco al cappello; la toga ed il fiocco color cremisi per la Teologia: color verde per la Filosofia[426].

Pure di scappatelle ne facevano anche allora gli studenti: se no, perchè certi articoli disciplinari? Pei disubbidienti e pei protervi non v'era solo la ammonizione e la espulsione, ma anche qualche argomento convincente della polizia. Bisognava arare diritto, e non permettersi atti di ribellione di sorta. Come più tardi, fino al 1860, dentro la Università attuale, così allora dentro l'Accademia, cioè nell'ex-Collegio dei Gesuiti, era una stanza per ufficio di un funzionario incaricato di reprimere con la forza qualunque tentativo [pg!422] di eccesso. Quando per la morte di D. Stefano Pizzoli, Lettore di Medicina Pratica, venne chiamato il modicano D. Baldassare Cannata (16 ott. 1797), gli studenti di Medicina si prepararono ad ostile accoglienza. Cannata, non palermitano, non di alta levatura, poco buon parlatore, faceva sentire la perdita del venerando Maestro palermitano, sapiente nella pratica, carezzevole nella parola. Il Cannata inoltre aveva un difetto grave pel momento (il che è curioso per la storia dei sistemi medici tra noi): non campeggiava a favore della dottrina di Brown, per la quale gli studenti, probabilmente perchè nuova, parteggiavano. Erano cencinquanta, e tirarono dalla loro tutti gli altri compagni delle varie Facoltà. Il Cannata venne fischiato; ma la Deputazione degli studî tenne fermo. Il Presidente Asmundo Paternò non era uomo da lasciarsi imporre dagli schiamazzi; e Mons. Airoldi, Giudice della R. Monarchia, e Tommaso Natale, sapevano bene il Fatto loro: e non cedettero. I fischi si ripeterono, e la Deputazione fece entrare nella scuola del Cannata un buon nerbo di birri. Ancor, altri fischi: ed i tumultuanti furono arrestati. «Così — conchiude soddisfatto un testimone — l'ordine venne ristabilito»[427].

Le Facoltà di Patologia, di Medicina e di Filosofia rappresentavano l'insegnamento superiore; l'inferiore comprendeva le scuole di Rettorica, di Umanità di prima, seconda e terza classe: e poteva dirsi quello che [pg!423] oggi è in parte il liceo, in parte il ginnasio, senza essere («fortunati scolari d'allora!» ci par di sentire esclamare gli scolari di oggi) nè liceo, nè ginnasio.

Si era quindi in pieni studî classici italiani e latini.

A centinaia vi accorrevano gli alunni; pei quali era vanto l'apprendere dalla bocca del P. Gaspare Pecoraro e di Mich. Monti le lezioni d'infima latinità e di alta italianità. Così grande ne era il numero che di ciascuna classe doveano farsene due: e le cinque classi ne contavano oltre a mezzo migliaio. L'anno 1800 dianzi citato essi ammontavano a 660.