Lu suverchiu castigari

Fa spissu 'mpijurari (peggiorare).

La disciplina, com'è da credere, con questi castighi non era sempre la migliore. Dove sono fanciulli sono anche monellerie: e le monellerie di quelle generazioni ci fanno ricordare non pur le birichinate sorprese dal [pg!440] Villabianca a' Crociferi, non pur le solite pallottole di carta e le burle alle spalle del maestro; ma altresì il chiasso e gli schiamazzi. Le scenate universitarie innanzi descritte danno una lontana idea dei non infrequenti disordini di certe scuole o di certe classi.

Di questo nessun cronista fa cenno, perchè sono appunto le cose ordinarie quelle che sfuggono a chi rileva le straordinarie. Ma gli archivî del Governo ne serbano documento e, che è notevole, anche fuori la Capitale. Nelle regie scuole di Trapani la Commissione suprema della Istruzione ed Educazione in Sicilia dovette occuparsi seriamente della indisciplinatezza di alunni divenuti assolutamente incorreggibili. Un rapporto ufficiale li dipinge insolenti, insubordinati. A capriccio salavano la scuola (facevanu Sicilia), a piacere stabilivano vacanze. Invitati a far circolo, sistema allora molto in voga per la ripetizione che precedeva la entrata in classe, sotto la direzione d'un compagno detto centurione, si rifiutavano; di esercizî letterarî non volevan sapere; e rimbaldendosi l'un l'altro scioperavano passeggiando per l'atrio e cantando canzoni[446].

Affermare quindi che tutti studiassero, è menzogna. Come sempre e dappertutto, c'era chi studiava molto e chi non istudiava nè molto nè poco; ma, indizio notevole, i pochi libri da studio, anche sciupacchiati, religiosamente si conservavano. Sottolineiamo la [pg!441] parola pochi, perchè dai molti che ora s'infliggono a scolari ed a genitori dipende una parte dei mali dell'istruzione presente. In quei pochi libri, nella prima e nell'ultima pagina, gli alunni si affrettavano a scrivere di propria mano formole tradizionali che rivelavano l'attaccamento loro alla piccola proprietà[447].

Mutati i tempi, con la guadagnata libertà, le cose radicalmente mutarono. Per interessi di autori e di editori, con grave danno delle famiglie di ristretta fortuna, i libri scolastici si cangiarono di anno in anno, con ingiustificabili sostituzioni.

Dove una volta si studiava per imparare, e dell'imparato dar pubbliche prove, venuto il 1860 si cominciò a sbadigliare sulle tesi che dovean servire agli esami, niente importando se si fosse appreso o no. Superati i quali, e lasciatasi la scuola, si barattano ora con pochi soldi i libri che dovrebbero costituire i cari ricordi dell'adolescenza. Con pochi soldi, diciamo, non perchè questi possano servire a bisogni della vita a soddisfazione di capricci di gioventù, ma per dispetto della ingrata materia e per avversione alla scuola, ragione di lunghi, angosciosi palpiti. Laonde si assiste allo scandaloso spettacolo di botteghe di compra-vendita di libri scolastici, rifiuto di stanchi [pg!442] vincitori di licenze tecniche, ginnasiali, liceali, o di bocciati, che non sapendo fare altro, poichè ad altro non sarebbero buoni, si danno al facile mestiere di giornalisti, insolentendo audacissimi contro gl'insegnanti che li han riprovati.

Nè lascerò di dir, perch'altri m'oda,

che le antiche sferzate di maestri irritabili e maneschi a scolari indisciplinati o riottosi vengono sostituite, poco dopo una bocciatura, con revolverate agli esaminatori, o violenti attentati alla propria vita: manifestazione morbosa, della quale tutti debbono ritenersi egualmente responsabili: governanti, insegnanti, famiglie e scolari. Che per malintesa avversione al passato, tutto di quello volle mettersi in bando, il cattivo ed il buono, rinunciandosi alla esperienza più volte secolare. Non si guardò alle condizioni speciali delle singole regioni, nè alla storia locale; e si fecero, disfecero, rifecero, per tornarsi a disfare, non sempre migliorando, leggi, regolamenti, programmi, la osservanza dei quali ridusse i maestri ad uomini senza libertà d'iniziativa, in lotta continua con la propria coscienza, agitata dalla severità di certe leggi, dallo stato d'animo di chi le applica e dagli effetti perniciosi di applicazioni inconsulte. Così fanciulli e giovani presero a odiare gli studî, e nei maestri videro, non già padri affettuosi e consiglieri sapienti, ma nemici senza cuore. Dall'esempio cristiano dei loro genitori di rado trassero ragione di rassegnarsi alle piccole contrarietà della vita, o di levarsi [pg!443] a considerazioni di morale evangelica; giacchè come non la udirono sempre dai loro educatori, così non sempre la trovarono in famiglia. E quando dopo di aver sorpreso in un loro maestro un gesto, un motto imprudente, legato ad una inconsulta allusione religiosa, tornarono in casa, e nei loro genitori, nei loro nonni trovarono gesti e motti ben diversi da quello, non seppero comprendere se la ragione fosse di costoro o del maestro medesimo, il quale, appunto perchè preposto ad istruire e ad educare, dovea saperne più dei genitori e dei nonni.

Di più direi, ma di men dir bisogna!

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