La ferla 'nsigna littri, nomi e verbi.

La sferza era il dio della istruzione, e fuori di essa impossibile sperar bene.

Certo queste teorie non nacquero nel settecento; ma nel settecento correvano, formando, diremo così, il catechismo di certi maestri e di certe famiglie.

Comuni i castighi di obbrobrio pei negligenti: la solita mitra di cartone con un somaro dipintovi sopra pei fanciulli delle scuole inferiori; un cencio rosso buttato sulle spalle ed una canna in mano per quelli delle superiori, dalla Umanità in poi. Ci era, come al tempo dei Gesuiti, la gridata d'un giovane di bella voce, ordinata dal maestro perchè tutti sapessero che il tal dei tali non voleva studiare, e perchè egli cangiasse vita. Questa gridata cominciava e finiva con l'intercalare: Studeat! Studeat! e tutte le classi facevano silenzio per sentire di chi si parlasse.

Non meno comuni le spalmate, inflitte quando dal maestro, quando, per non iscomodarsi lui, da un uomo ad hoc, che si diceva bidello, ed era un vero aguzzino: due, quattro, sei, otto, sempre in numero pari alternando nel paziente i colpi sulla mano destra e sulla sinistra. C'erano i cavalli. Uno scolare aitante e vigoroso [pg!438] della persona, o un aiuto del bidello, era chiamato a caricarsi addosso il gastigando, ed il maestro, o chi per lui, gli appioppava su quel di Roma delle sferzate, per le quali il miserello scalciava e gridava a perdifiato (se era un bel tomo, taceva): ed il cavallo tentennava alle scosse.

Quando la colpa esigeva maggior pena, c'era il pubblico esempio: tutti gli scolari di tutte le classi, in un atrio, messi in quadrato, assistevano al cavallo come i soldati d'oggi alla degradazione d'un loro camerata indegno.

Il Buon Pastore era l'istituto scolastico dove la mitezza era bandita; i regolamenti, in tutto il significato, eran disumani. Nelle trasgressioni, dalle palmate e dai cavalli si andava al digiuno in pane ed acqua, dal digiuno al carcere, dal carcere ai ceppi. I ceppi peraltro erano l'argomento più comunemente usato nei seminari, negli istituti di educazione e perfino nei conventi. Ad un alunno orfano che fuggisse dal Buon Pastore, appena ripreso, veniva applicata la pena di quindici giorni di ergastolo e di venti sferzate al giorno; alla prima recidiva era aggiunto il digiuno; alla seconda, l'esilio con l'imbarco sul primo bastimento che facesse vela dal nostro porto[444].

Ed il Cielo non avea fulmini per l'inventore di pena così scellerata?!...

Allorchè vi andò Rettore il Santacolomba, e vi trovò [pg!439] quelle tradizioni tiranniche, ne rimase tanto disgustato che non volle più saperne. Diceva egli: «Quando un ragazzo arrossisce, per me è punito. Quella tinta che si estende sul di lui volto, mostra il colore della virtù, e come questa non può far lega col vizio, così non ho alcun dubbio che rossore e ravvedimento camminano sempre in ottima compagnia: l'impegno del Rettore non dovrà esser quello di rendere infelice il figliuolo (del Buon Pastore), ma di ricuperarlo dolcemente emendato»[445]. E proscrisse quei crudeli trattamenti. Tuttavia nel 1832 i ceppi erano ancora parte della educazione cotidiana.

Anime gentili come il Santacolomba molte ne vantava il paese. L'Airoldi, p. e., nell'impartire le istruzioni ai superiori dei conventi per le scuole da aprirsi, facevasi eco di quelle anime raccomandando «fosse la disciplina scolastica mantenuta meglio per via della ragione, dell'amore e della vergogna che per quella dei castighi e delle sferzate, con che si suole l'animo abbassare e fare un abito vilissimo di durezza e di servitù». Una massima siciliana poi, che vale tant'oro, sentenziava: