E frattanto, per lunga inerzia, sonnacchioso il paese trascinava la vita alla quale era stato abituato da Vicerè stranieri, avidi di pompe e di danaro, e da ministri, ciechi o avveduti strumenti di quei Vicerè.

Tra molli ozii intorpidivano i ricchi, d'altro non curanti se non di ciò che meglio assicurasse il quieto lor vivere col godimento, per chi ne avesse, di titoli e di fasti. Carezzavali il Governo e, come per compenso, ne ricavava forza, che alla sua volta su di essi rispecchiava e profondeva. Del ceto civile, gl'impiegati sbarcavano placidamente il lunario guardandosi dal far cosa che potesse dispiacere ai superiori o compromettere l'ordine interno; ed i professionisti grossi e piccini dalle dovizie delle case nobili, dai piati dei litiganti e dalle amministrazioni delle comunità religiose ritraevano chi sussistenza, chi agiatezza.

La innata passione di gareggiare in lusso con la classe elevata imponeva loro spese che consumavano le ordinarie entrate: gara che per imitazione ne tirava dietro un'altra: quella degli operai.

La grande massa del popolo, purchè il pane costasse poco (ed il Senato lo dava a buon mercato, anche a scapito dell'erario del Comune) e le feste non mancassero, si sfamava e restava contenta.

Potente come la Nobiltà il Clero secolare e regolare, [pg!449] rispettato se alto e dotto, tollerato se basso; ma pur sempre tenuto di conto, se non altro pel numero.

Non una parola di fuoco che accendesse gli spiriti; non un atto che sorreggesse le fedi vacillanti, che sollevasse alla visione d'una Sicilia forte, libera e indipendente. Il tentativo del Di Blasi fu un'allucinazione generosa al miraggio della libertà francese, tirannide di folle boccheggianti attorno agli alberi della libertà, in Italia grottescamente parodiati.

Qualche anno dell'ottocento dovea passare perchè si uscisse dall'eterno torpore. La Società incominciava una lenta, insensibile evoluzione. La forza di volontà dei maggiorenni, già viva e gagliarda in tutte le sue esteriorità, svigorita pel prolungato consumo dell'organismo sociale e pei continui ritagli di privilegi e preminenze operati dagli ultimi Vicerè, volgeva a completo esaurimento.

Il patriziato era caduto in istanchezza: e quando con l'atto memorando del 20 luglio 1812 il Braccio baronale del Parlamento siciliano faceva spontaneo sacrificio di quei privilegi e di quelle preminenze, esso compieva sì un nobile atto di patriottismo, ma rinunziava ufficialmente al resto di ciò che avea parte perduto, parte dimenticato. Le energie d'una volta, spossate, si trasformavano in nuove energie come per prepararsi a combattere il dominio del passato ed a sostenere le lotte dell'avvenire.

Nei primi sessant'anni del secolo XIX, in mezzo a turbinose vicende, la storica Capitale seguì una via ascendente di progresso: debole progresso, è vero, ma [pg!450] reale e palpabile. Tra giuramenti di principi fedifraghi ed aspirazioni e sommosse di popoli, tra violente repressioni di governanti e fremiti sdegnosi di vittime, tra concessioni coraggiosamente reclamate e riforme ineluttabilmente imposte dal fatale incalzare degli eventi, il paese con la coscienza dell'esser suo e con la forza della sua storia acquistava dignità novella.

L'asservimento forzato al Governo di Napoli, l'antigeografico titolo di Regno delle due Sicilie al quale l'Isola dovette sottostare, non impedirono il rinnovamento della Città.