Il 1860 trovò Palermo pronta ad immolare sull'altare della Unità d'Italia la sua autonomia. Pur di conseguire la libertà, che, ben intesa e mantenuta, è base e guarentigia di civile floridezza, unì incondizionatamente le sue sorti a quella degli altri Stati della Penisola e diventò provincia del nuovo Regno.
Abolite da mezzo secolo ma non dimenticate le antonomastiche Costituzioni, la storia di Palermo, che è storia di Sicilia, si confuse e si perdette nella storia d'Italia; ma Palermo si fece più grande, più bella, degna in tutto e per tutto delle principali città sorelle di Terraferma.
Le sue mura di città crollarono; i suoi bastioni di giorno in giorno cedettero il posto ad infinite abitazioni private e pubbliche; le sue porte restarono solo di nome. L'antica Capitale si triplicò fuori di se stessa: e le quattro miglia di suo circuito divennero tre volte tanto, e sulla immensa pianura di orti, giardini, oliveti [pg!451] e spiagge gli abitanti si riversarono in cerca di aria, di luce, di verde, di cielo, di mare.
Ogni giorno che passa è una casa, un edificio che cade sotto il piccone inesorabile del muratore, e con esso un ricordo che si dilegua dalla memoria di chi resta. E non pure il passato, ma anche il presente cade a brandelli. I fatti avvenuti ieri s'involano agli occhi nostri precipitando nel baratro delle memorie irrevocabili. Nel tempo che fugge s'incalzano con rapidità fulminea uomini e cose. Solo resta immutato, vecchio e perennemente giovane, il popolo; sul quale due, tre secoli non son per altro passati che per modificare vestiti non più compatibili col continuo rinnovamento della moda. I suoi catodî, minacciati da periodiche velleità di trasformazioni edilizie, son sempre lì, per naturale inclinazione della genterella che li abita, uniformi, puliti, ma angusti, sovente scarsi più sovente privi di luce; e si legano e stringono, o si dividono e discostano per formare vicoli tortuosi, gradinate sostituite a rampe di antichi dislivelli, piazzuole irregolari, cortili ciechi, reconditi, sinistri, ignoti perfino ai popolani del quartiere. Quivi formicolano parecchie centinaia di migliaia di uomini, donne, fanciulli con tradizionali usanze e leggende che richiamano a consuetudini scomparse.
Ma il ceto medio e l'alto, non del tutto smorbati dal tradizionale spagnolesimo, con mirabile prontezza si sono assimilati quanto di nuovo offre la vita moderna del continente: il grande, il bello, che non può sfuggire agli ammiratori delle cose grandi e belle. [pg!452]
Possa tu, o Palermo, vanto della Sicilia, con l'Italia forte, avanzare in prosperità! Possano le più miti aure carezzarti di dolci baci, ed il cielo giocondarti di perenne sorriso! Possano i tuoi figli renderti beata di domestiche e civili virtù!
Ecco l'augurio, che l'ultimo dei tuoi devoti fa per te, vecchia Palermo ringiovanita,
Patria, diva, santa genitrice!
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