«I prezzi d'entrata sono mitissimi. Costumi, orchestra, decorazioni non sono, è vero, da mettere a paragone di quelli del Teatro nazionale di Vienna o delle scene di Londra e di Parigi, ma in Palermo son forse migliori che in altre città popolose e ricche d'Europa. Gli artisti medesimi mettono bene in caricatura le parti dei rigidi Inglesi, dei piacevoli Francesi e dei Tedeschi. Io vidi a Palermo, l'una dopo l'altra, quattro rappresentazioni: Arianna di Nasso, Curzio, Coriolano innanzi la sua patria, l'Origine dello specchio»[82].
E Galt, con particolari del tutto nuovi, raccontava agl'Inglesi che in Palermo gli spettatori più astuti portavano in tasca dei punteruoli, che, entrando in teatro, piantavano dietro le spalliere delle sedie innanzi a loro come per caviglie per appendervi i cappelli. [pg!77] A nessuna donna era permesso sedere in platea. I servitori della Impresa aveano cura di fornire, nei palchi, agli spettatori che ne richiedessero, sorbetti: e chi ne aveva la privativa (la privativa anche qui!), sorbetti in platea. Nessun obbligo all'artista, ripetutamente, anche fragorosamente applaudito, di ripetere la canzone, la cabaletta, il duetto richiesto, salvo che il Capitan Giustiziere, credendolo conveniente, con un cenno all'attore od all'attrice non l'ordinasse.
Per tal modo, tutto procedeva regolarmente[83].
In mezzo a tante e sì strane vicende, noi siamo giunti alla soglia del secolo XIX, sulla quale dobbiamo arrestarci. Il varcarla ci obbligherebbe a seguire la fortuna dei due teatri anche nel nuovo secolo.
Il tanto combattuto S.a Lucia, nel 1809, sotto gli auspici della non lieta Regina, si trasformava, e da essa prendeva il titolo di Real Carolino, e dopo il 1860 di Bellini, col quale, imperturbabile e tranquillo, accoglie artisti di alto valore e cittadini d'ogni ceto; mentre il S.a Cecilia non è più che un nome, un nome sopravvissuto ai disastri finanziarî tra i quali è stato trascinato e travolto. L'eco fragorosa dei suoi solenni trionfi è stata soffocata dai piati della Compagnia dei musici e dai lamenti dello Spedale di S. Saverio; e nei palchi ove rifulsero ammalianti le più belle dame della Nobiltà del Regno domina triste, malinconico il silenzio, rotto soltanto dallo stridìo di luridi rosicchianti e dal sordo rumore del tarlo, che lavora, lavora a compiere l'opera devastatrice del tempo e.... degli uomini. [pg!78]
[CAP. IV.]
IL «CASOTTO DELLE VASTASATE», OSSIA IL TEATRO POPOLARE.
Deficienza di mezzi e umiltà di classe non consentivano al popolo di assistere alle rappresentazioni dei due teatri principali della città; necessarî quindi altri teatri ad esso confacenti, con rappresentazioni adatte alla sua intelligenza ed alle sue inclinazioni. Una volta c'era, come si è detto, quello dei Travaglini; ma, trasformato nel teatro di S.a Lucia (Bellini), il popolino non ebbe più un luogo di spettacoli pei suoi gusti e pei suoi limitati espedienti. Avea bensì, la parte infima di esso, quello che ha ora: i teatrini delle marionette per le leggende cavalleresche del ciclo carolingio (opra di li pupi), e solo da venti e più anni è scomparso di su la porta d'un magazzino di ferro attiguo al palazzo Partanna in Piazza Marina (magazzino che servì a rappresentazioni paladinesche) il titolo di Teatro di burattini. Un genere speciale di commedie era eseguito in modo divertente da pupattoli. Tofalo, che vi partecipava, parve ad uno straniero [pg!79] la personificazione dell'indole siciliana, come John Bull della inglese. Ma la parte più divertente dello spettacolo consisteva in certe scene nelle quali le marionette riproducevano esattamente i caratteri bizzarri della Città, in modo così sicuro che non isbagliava d'una linea la caricatura; il che non mancava mai di recare diletto indescrivibile ai Siciliani allegri e loquaci[84]. La città avea pure il suo pulcinella per rappresentare «la libera commedia pei passanti, col suo linguaggio abituale, che solo può imitarsi con un pezzetto di lamina sulla lingua»[85], vogliam dire quello che noi chiamiamo ancora tutùi, i Napoletani guarrattelle ed i Toscani castello.
Siamo proprio nell'ultimo trentennio del settecento. Una brigata di popolani d'ingegno pronto, di facile e colorito linguaggio, si propone di mettere su un teatrino tutto siciliano.
La letteratura non avea un repertorio comico dialettale da svecchiare, o sul quale metter le mani. Il carattere burlesco del Travaglino di Palermo e del Giovannello di Messina non facea più pei tempi; il servo siciliano Tiberio o Nardo era sciupato; bisognava modificarlo, rifarlo addirittura.