Palchettone di mezzo al Vicerè;

Due palchi per la paggeria e servitù:

Palco pel capitano della guardia;

Palco per la servitù di lui:

Palco pel capitano di Giustizia;

Palco per la sua servitù.

Posti in platea:

Sedia pel vice-Capitano di Giustizia;

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Sedia per l'Aiutante reale del Vicerè;

Sedia pel primo portiere della R. Segreteria[77].

In mezzo a questo arruffio d'impresarî del S.a Cecilia e di impresarî e proprietarî del S.a Lucia, una cosa si vede chiara: che coloro i quali si occupavano di affari teatrali non nuotavano in un mare di ricchezze. La città era sempre la stessa, la popolazione sempre una, non accresciuta mai da forestieri, che sogliono portare un contingente di frequentatori dei pubblici spettacoli. Ai teatri andavano i due ceti principali: il nobile ed il civile, e con essi a grande stento poteva riuscirsi, quando vi si riusciva, a francar le spese per parte di coloro che assumevano la impresa della stagione. I piati che abbiamo visti partire quando dal piano di S.a Cecilia, quando da quello di S.a Caterina, accusano insistentemente questo difetto. Avveniva, in conclusione, quel che avviene sempre: si voleva assicurata parte della spesa; e, non potendosi al Comune, peraltro impoverito, si ricorreva all'aristocrazia dei titoli, che al far dei conti rappresentava sovente l'aristocrazia del denaro. E poi non dobbiamo dimenticare che se il S.a Lucia avea pesi gravi, non men gravi ne avea il S.a Cecilia; tra i quali per gl'impresarî quello di dovere per un anno dugent'onze all'Unione dei Musici, che solo a questa condizione poteva, secondo i vecchi Capitoli, cedere il teatro[78].

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Il 18 novembre 1793 il Principe di Trabia, che rivedremo nell'esercizio delle sue funzioni di Capitan Giustiziere della Città[79], facea sapere che Cosimo Morelli nel dicembre dell'anno precedente aveva offerto per l'anno teatrale 1793-94 del S.a Cecilia spettacoli serî e buffi, balli e non so che altro, a patto che gli si assicurassero mille ducati di regalo e novemila altri ducati pei soli palchi. Il Principe da uomo liberale e generoso pagò di suo i mille ducati[80].

Dieci anni prima (1782), con l'attrattiva dei successi ottenuti dalla Marina Balducci, avevano assunta l'impresa per le opere in musica della stagione, sessanta avvocati, sicurissimi di lauti guadagni. Al tirar dei conti, ci perdettero 10.000 scudi, cioè sessant'onze (L. 755) l'uno!

A tanto danno continuo, invincibile si cercavano rimedî, e si giunse alla concessione, chiesta ed ottenuta dal Duca di Belmurgo, Capitan Giustiziere, al Re, di «una festa di ballo, o sia ridotto comunale per dare un divertimento al popolo e formare nell'istesso tempo un fondo da potersi sostenere con decenza l'anzidetto teatro», concessione forse unica in tutto il secolo[81], la quale dovette scandalizzare certuni, non abituati a veder l'infimo ceto profanare il tempio degli svaghi pei ceti superiori. Ma questo ed altri espedienti riuscirono infruttuosi.

Malgrado i partiti, malgrado i litigi continui e le [pg!76] altre miserie che abbiam dovuto purtroppo lamentare nei teatri della città, questi non sembravano indegni d'una Capitale. Il tedesco Hager ne diede un giudizio che deve rispondere perfettamente alla realtà se concorda con quello datone poco dopo dall'inglese Galt, testimonio oculare anche lui pel corso di tre anni.

«I due teatri di Palermo sono entrambi occupati dalle compagnie che di anno in anno circolano per l'Italia con nuovi cantanti, ballerine ed attori. Nessun arlecchino offende coi suoi scherzi le orecchie degli elevati spettatori, nessuna facezia la dignità del pubblico italiano. Rappresentazioni estetiche han soppiantato i lazzi, e caratteri perfetti a poco a poco le burle dei tempi passati.