Le relazioni tra i due teatri erano quanto di più brutto possa immaginarsi. Il S.a Cecilia tirava sempre a deprimere il S.a Lucia: ed il S.a Lucia, insidiato, colpito ad ogni istante, reagiva con vigile energia. Gli è che l'uno si vedeva leso dall'altro: e Governo e privati non sapevano dissimulare la loro predilezione pel S.a Cecilia, convegno favorito dell'alta cittadinanza, al quale tutto si permetteva, fino alle cose più lontane dalla giustizia e dalla equità. E la buona Marchesa di S.a Lucia, Valguarnera Gentile, che era sola nell'amministrare il patrimonio della famiglia e quindi il suo teatro, e che non poteva contare sulla cooperazione degli scioperati figliuoli, mai [pg!70] non si stancava di chiedere la denegata giustizia, di lamentare diritti conculcati, di sventare trame contro la sua esistenza economica.
Le si voleva impedire di tenere aperto il teatro quando era aperto quello di S.a Cecilia, e non si teneva conto del regio dispaccio del 1746, che imponeva restassero «ambi li teatri senza distinzione aperti» correndo «egualmente la fortuna»; e poichè a pochi mesi di distanza erasi dimenticata la precedente sentenza dell'autorità: che «ogni impresario è libero; niuno attenta sul diritto dell'altro, nè cerca, nè ottiene tampoco proibitiva» (4 luglio 1792), lo impresario Giuseppe Azzalli per la Marchesa invocava a favor suo, presso il Sovrano, quella sentenza (21 ott. 1793).
La questione rimaneva sempre insoluta; anzi s'inaspriva volendosi al S.a Lucia vietare opere sacre e serie in Quaresima. Giacchè, dice un sovrano rescritto del 1793, richiamato dalla parte avversa, queste opere si prestano alle scurrilità. «Una cosa sola può concedersi: la esecuzione degli oratorî; ma gli oratorî non si fanno altro che a S.a Cecilia; perciò il S.a Lucia non ha ragion di dolersi».
Così alla ingiustizia si aggiungevan le beffe! (14 febbr. 1797): e si mettevano in non cale esempî contrarî all'affermazione, come quello della concessione ad altra impresaria del S.a Lucia, Teresa Consoli (9 febbr. 1795), la quale però, perchè giovane, poteva aver avuto mezzi più persuasivi della vecchia Marchesa.
Le sopraffazioni non si rimanevano qui. Un nuovo [pg!71] impresario dianzi citato, Andrea Toti, forte delle alte protezioni ceciliane, chiedeva (20 maggio 1797) la proibizione delle opere in musica al S.a Lucia. La Marchesa se ne appellava al solito Capitan Giustiziere, il Conte S. Marco, il quale non poteva darle torto; ma tra il sì ed il no, era il parere contrario, cioè che due teatri in musica non potevano stare, tanto che uno di essi era stato per varî anni senza musica[74]: risposta che non dice nulla ed ha tutta l'aria di dar ragione alle due parti, mentre non ne dà a nessuna. Toti non s'acquetava, e rivolgendosi al Re, tesseva un po' di storia delle condizioni teatrali del tempo. «In S.a Lucia — osservava — si è sempre rappresentato la prosa (bugia smentita dalle notizie sopra riferite). A S.a Cecilia, dove io ho preso la impresa per due anni, e che è il maggior teatro, si è sempre rappresentato la musica. Io, credendomi unico per le opere in musica, mi caricai di doppia compagnia, per opere serie e buffe. L'impresario non può calcolare sull'intervento dei forestieri, ma solamente deve sostenersi con quella poca nobiltà che rimane in Palermo, e con pochi individui del mezzo ceto, in guisa chè in tutte le sere non si vedono altri in teatro che le stesse persone. Se in un paese situato in questa maniera si apre un altro teatro di musica, sarebbe lo stesso che in quindici giorni serrarsi l'uno e l'altro con positivo svantaggio del pubblico, che resterebbe privo dell'onesto divertimento del teatro» (2 giugno 1797).
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Stavolta il Re non poteva riconoscere un diritto proibitivo anche nelle opere da rappresentarsi; ma l'autorità locale, mortificata del ricorso, se la legava al dito e a breve scadenza se ne prendeva la rivalsa.
Siamo alla sera del 31 ottobre 1798, e deve andare in iscena la nuova opera buffa: Il Cartesiano fanatico del Tritto con la Nicodemi, prima donna. Il cartello della Piazza Vigliena annunzia il cominciamento ad un'ora di notte, consueta dell'opera. A quell'ora appunto il teatro ha principio. Il colto pubblico di dame e cavalieri manifesta il suo mal'animo verso la Nicodemi, e protesta che non vuol saperne, altro che per udire o riudire la Semiramide[75]. Al Capitan Giustiziere, Principe Carlo Gir. Castello, non par vero di cogliere la palla al balzo: e manda in carcere il messo ed il palchettiere. Ma come c'entrano questi disgraziati? chiede la Marchesa di S.a Lucia al Vicerè; ed il Capitan Giustiziere, che ha commesso un vero abuso di potere, posto tra l'uscio ed il muro, mendica per giustificarsi i più futili argomenti, e nasconde l'avversione al teatro di piazza S.a Caterina con questa magrissima scusa: A rispetto del digiuno, nelle vigilie, di estate si suole aprire il teatro a un'ora di notte; ma d'inverno non è così: le sere, le notti son lunghe, ed il pubblico non vuol esser congedato dal teatro presto. «Il moto che nelle vie cagiona il ritorno della [pg!73] gente dal teatro, tien desti i cittadini e rompe molti disegni nella città popolosa»[76]. Il messo ed il palchettiere — aggiunge — vennero subito rilasciati in libertà; ed in prova manda un certificato del carceriere capo della Vicaria, uno spagnuolo con quattro o cinque nomi e cognomi.
Un'altra per suggello dei due pesi e delle due misure nei due teatri.
Mentre ristrettissimo era il numero dei posti gratuiti ai quali obbligavasi il S.a Cecilia, illimitato era invece quello imposto al S.a Lucia. Noi non ne sapremmo forse nulla se la stanca proprietaria non l'avesse rotta con le camorre del tempo. Essendo Presidente del Regno il tante volte ricordato Arcivescovo Lopez, la Marchesa ricorreva a lui implorando la riduzione dei posti ch'ella, in un teatro piccolo come il suo, doveva mettere a disposizione delle Autorità e del personale ai servigi di esse. Facciamone la lista: