Accadeva talvolta che nelle commedie fossero brevi cantate a due o tre voci; e allora ecco trovato un [pg!85] poeta che le sapeva scrivere secondo il gusto degli spettatori: l'ab. Catinella, a cui le Muse sorridevano lietamente.
Per mancanza di documenti un giudizio sulle vastasate non è possibile, quantunque sia stato affermato conservarsi gli scenoni o scenarî di ventinove di esse, parte inventate, parte rifatte da commedie scritte e adattate dal Perez al nostro teatro dialettale. Checchè ne sia, bisogna contentarsi dei soli titoli, dove è malagevole riconoscere la provenienza letteraria[91]; ma dove non è difficile indovinare l'assenza della prima, originaria forma del genere, la quale non venne mai scritta appunto perchè primo il Marotta non sapeva scrivere. Gli eruditi del tempo si limitarono a [pg!86] qualificarle, per la loro autenticità, come «le vere bastasate che da più tempo fra noi introdotte in Palermo, riescono accette al popolo»[92]. Hager, che le vide alla Marina, notò gli uomini travestiti da donne, le parti burlesche eseguite da uno che raffigurava da facchino; scherzi principali, le percosse e gl'inganni; linguaggio, tutto siciliano[93]. Galt, dopo Hager, trovò tra gli attori «il più popolare, uno che rappresentava il carattere volgare isolano più accentuatamente di quello che si facesse per i caratteri irlandese e scozzese a Londra»[94].
Più espliciti i pubblici funzionarî. Pietro Lanza Principe di Trabia, Capitan Giustiziere nel 1793, le diceva «spettacoli di non troppo odorato buono, perchè, per lo più, piene di sentimenti vili [intendi plebei] e spesso indecenti, e che sicuramente non corrispondono al fine per cui si permette la buona commedia, che sarebbe quello di onorare la virtù e porre in disprezzo il vizio». Ma nel 1794 modificava in questo modo il suo parere: «Analizzandosi questa improntata siciliana, comunque sia stata definita per spettacolo di sentimento alquanto indecente, non racchiude nelli medesimi che uno scherzo passeggiero e niuna conseguenza. Il ricorso peraltro in queste improntate suol accadere di persone che si uniscono tali sentimenti. Non si sono mai fatti leciti gli altri in queste improntate di scherzare contro la religione. [pg!87] Le persone poi che dirigono tali improntate sono più che circospette». Concludeva perciò: «Il governo le ha sempre permesse»[95].
Giovanni Meli guardava di mal occhio, non già la classe sulla quale era gettato il disprezzo del genere di rappresentazione, ma lo spirito della rappresentazione medesima. Il sentimento delicato del poeta faceva di lui un essere di tempi più progrediti, di idee più elette che non fossero quelle dominanti allora, facilmente, clamorosamente accolte nei teatrini. In una sua nota egli rilevava: «Per comprendere in quanto dispregio sono al presente presso i cittadini gli abitanti dei villaggi delle campagne, basta portarci una o due volte ad ascoltar le commedie nazionali, dove si osserva costantemente che fra li ceti degli uomini, quelli nell'ultima derisione sono i facchini e i contadini»[96].
Il successo ottenuto dal Marotta e dal Perez fu così trionfale, e continuò così costante, che fece attecchire un genere fino ad essi forse non tentato, ma senza forse non portato al grado a cui essi lo portarono. Il successo fece gola a molti, e nuovi artisti da strapazzo, e nuovi impresarî da dozzina vollero gareggiare con rappresentazioni del tipo, dato, imposto per opera della così detta coppia grande, che era la compagnia Marotta-Perez. E qui ha principio una pioggia incessante di domande di questo o di quell'impresario [pg!88] per ottenere dall'autorità competente la licenza di teatrini per commedie popolari buone per far divertire il pubblico basso, impossibilitato di assistere ai teatri alti. Le carte della R. Segreteria di Stato del tempo son testimoni di questa gara per invidia di risultati, per avidità di lucri, i quali, dividendosi, doveano per necessaria conseguenza attenuarsi fino alla irrisione. Un casotto alla Marina chiese il permesso di alzare ed alzò nel 1793 mastro Giovanni Pedone; ma non potè, per la scarsezza dell'annata, pagare le 16 onze volute dalla Deputazione per le strade[97]. Uno «con palchi aperti a tenore dell'ordine reale, per improvvisate siciliane» ne volle pel seguente 1794 mastro Antonino Demma; e come lui, nel medesimo anno, per proprio conto altro ne chiese un certo Pignataro, «per bastasate improvvisate di dilettanti ed altre burlette». Questo stesso sollecitava un Barcellona. Richiesto del suo parere dal Vicerè, il citato Capitan Giustiziere Principe di Trabia non sapeva che fare: e per uscirne mostravasi non molto tenero del genere, «che avrebbe voluto sostituito e modificato con commedie [pg!89] o burlette decenti». Non propendeva per le vastasate, fin lì «con una certa restrizione, come di tre o quattro nel Carnevale e raramente nelle altre stagioni», accordate, e raccomandava il Barcellona, come il più pulito e reputato. Ciò nel giugno del 1793. La parzialità non piacque a nessuno. L'anno seguente, sei nuovi o vecchi impresarî si affollavano per licenze d'altri casotti in Piazza Marina. Stavolta il Capitan Giustiziere era come l'aio nell'imbarazzo. Chi preferire? E se tutti chiedono di eseguire bastasate, come dir male di tutti? L'anno scorso si era lasciato sfuggire quel giudizietto poco gradito; ed ora non avrebbe voluto ripeterlo. Aggiungi che tra i richiedenti c'era la compagnia autentica delle vere bastasate, che si faceva avanti fiduciosa, come sicura della preferenza al Pignataro, trascurato l'anno scorso. D. Giuseppe Marotta, D. G. Sarcì, D. Mario Montera, D. Gaetano Gulotta, mastro Giuseppe D'Angelo, mastro Fr. Corpora pregavano il Vicerè che rinnovasse al Pignataro il permesso al quale pei suoi precedenti aveva un certo diritto. «Alcuni sconsigliati — essi scrivevano — han chiesta simile permissione per loro; ma costoro non hanno la coppia, che ha solo il Marotta supplicante. Pignataro vanta per licenze ciò sin dalla Capitania del Marchese di Giarratana. Ecco perchè questi poveri padri di famiglia si ridussero a scritturarsi con Pignataro».
Il Principe di Trabia, che era uomo di buon senso, prendeva, come suol dirsi, a quattro mani il suo coraggio, e da onesto Capitan Giustiziere favoriva la [pg!90] giustizia alla quale avea diritto questa brava gente, dicendo anche un po' di bene delle bastasate, non ostante il po' di male che ne avea detto innanzi. Marotta trionfava su tutta la linea, ma il trionfo era fortemente contrastato da emuli e da avversarî. Antonino Carini, esercitando un suo casotto nella Piazza Marina, faceva dei lagni contro gl'invidiosi attori della coppia grande, cioè contro il Marotta; ed era costretto a prendere la coppia piccola per superare questi, che essi chiamavano creatori di cabale; e, ad accrescere attrattive, domandava di poter «fare intermezzi con balletti di gente siciliana per maggior godimento del pubblico» (7 gennaio 1795); inutile pretesa, ridotta solo alla concessione di «opere serie ed oneste», ossia di «tragedie sacre per la prossima quaresima» (27 gennaio), concessione del nuovo Capitan Giustiziere, Principe di Galati.
Eppure anche questa riserva suscitava risentimenti. L'impresario del teatro di S.a Lucia, Giuseppe Azzalli, ci vedeva un disvio della sua clientela e richiamavasene all'autorità; ma non capiva o fingeva di non capire che l'uso dei casotti era inveterato, che il Governo li avea sempre favoriti, perchè la maestranza non avrebbe altrimenti avuto un'occupazione dilettevole spendendo pochissimo. «La gente che frequenta i casotti non frequenta il S.a Lucia, osservava giudiziosamente la medesima autorità. I casotti sono sforniti di tutti quei comodi che da per tutto vuol trovare la culta ed onesta gente; e in essi vengono dati degli spettacoli che quanto conciliansi l'immaginazione e [pg!91] soddisfano al gusto del popolo, altrettanto sono incapaci di trattenere le culte ed eleganti persone».
E proseguivano le richieste per casotti da vastasate, di mastro Antonino Lamanna, di D. Fr. Simoncini, di D. Giuseppe Aloj e di non so quanti altri. Il Capitan Giustiziere esaminava e consentiva, e le licenze non mancavano; sicchè il piano della Marina d'inverno, quello della Garita di estate avrebbero dovuto essere ingombri di baracche. Eppure non lo erano se non in parte: perchè primeggiava sempre la vecchia e originaria Compagnia; ai danni della quale, o al miraggio di larghi guadagni, fin due grossi speculatori si fecero innanzi con l'offerta, apparentemente vantaggiosa al Fisco, sostanzialmente offensiva alla libertà, del pagamento di 30 onze annuali pel diritto proibitivo di alzar baracche per commedie popolari (1795 e 1796).
E di che non si domandava monopolio, e quindi diritto proibitivo?
Ma tra tanti casotti che sorgevano e sparivano, tra tante compagnie di comici con programmi rigorosamente siciliani tendenti a mettere in evidenza i costumi e la vita del popolo, quella del Marotta e del Perez era sempre favorita e coperta di applausi. Lì era il genius loci, il creatore e, se vuolsi meglio, il restauratore di un teatro che rispondeva al momento storico, e che ritraeva caratteri non mai fino allora con parola più incisiva, più colorita, più affascinante saputi cogliere ed incarnare. Questo genius loci, giova ripeterlo, era il Marotta. [pg!92]