Ultimo e non indegno avanzo della vecchia Compagnia, Mario Montera proseguiva molto più tardi i miracoli artistici del suo bel tempo. Giovedì 25 dicembre del 1824, sui soliti luoghi di affissione di «Leggi ed Atti della pubblica Autorità» si leggeva il seguente:

Avviso teatrale

Il genio, la tendenza naturale ai leciti ed onesti divertimenti, di questo cortese non meno che dotto pubblico hanno indotto il Capo comico Nazionale Mario Montera a riunire una compagnia di tutti nazionali atta ad esporre le solite burlette antiche in lingua nazionale, ossiano vastasate: e prevj i dovuti permessi, ha fatto erigere un teatrino nella via Bottari, il quale sarà titolato «Il Teatrino della Compagnia siciliana».[98]

Il domani di Natale ebbe luogo la prima rappresentazione, alla quale altre ne seguirono negli anni dipoi quando Ferdinando II di Borbone, venuto a Palermo, ne intese parlare come di spettacolo tutto siciliano, che aveva pieno riscontro con quello di S. Carlino. Egli, che palermitano si ricordava di essere, e in Napoli era cresciuto e vissuto, non seppe resistere alla tentazione di vederlo: e lo vide. La commedia nazionale, la vastasata, era allora entrata (e forse fu distinzione d'un quarto d'ora) nel S.a Cecilia: ed il Re ci si divertì molto. Poca cosa parve l'intreccio; deficiente [pg!93] la catastrofe; «ma il dialogo, animatissimo; sorprendente l'attitudine dei comici, che in sostanza eran del volgo, e gli abiti ben il mostravano; e il dialetto talmente siciliano da rendersi difficile per gli stessi uditori siciliani, non che per un forestiero. Il Sovrano credette i comici più naturali di quelli che erano a S. Carlino, e ben credea»[99].

Fu l'eco tarda ma pur sempre sonora e gradita di una voce che per lunghi anni avea tenuto desta l'attenzione del popolo palermitano nel secolo precedente, e che facetamente lo avea giocondato.

Tre anni dopo, sotto la lettera V del Nuovo Dizionario siciliano di V. Mortillaro si leggeva per la prima volta la voce vastasata con questa spiegazione: «rappresentazione teatrale, che espone fatti popolari e ridicoli in lingua nazionale, sovente aggiungendo nel momento ciò che credono i recitanti a proposito, senza stare rigorosamente ai detti del suggeritore».

Di questo teatro, nulla, proprio nulla ci resta: dolorosa constatazione, che non ha il conforto di una prova contraria.

Che cosa è avvenuto delle due o tre dozzine di canevacci di commedie o anche delle commedie sceneggiate o scritte? Noi lo ignoriamo; ma se dobbiamo giudicare dall'unica che ci resta, il Curtigghiu di Ragunisi, quel teatro dovette rappresentare non solo il momento storico dianzi affermato, ma anche il momento sociale e letterario del nostro paese.

Il momento passò, e nè la storia civile, nè la storia [pg!94] letteraria dell'Isola seppe fissarlo in un giudizio che a' ricercatori del passato desse ragione esatta di un titolo volgare, assurto alla importanza della commedia dell'arte tra noi.

Non è guari la stampa palermitana, siciliana, italiana e financo estera a proposito d'un forte artista catanese e d'un valoroso scrittore di scene della vita del nostro popolo, diceva che noi non avevamo mai avuto un teatro dialettale: primo, anzi unico esempio, quello che si affermava sui teatri dell'Isola e del Continente col Grasso, coi suoi abili compagni e con l'esperto autore drammatico che dirigeva e presto tornerà a dirigere la comitiva. Quella stampa ignorava la storia di casa nostra, aggiungendo un altro ai cento errori ond'è purtroppo pregiudicata la conoscenza delle cose di Sicilia. No, non è vero che noi non avemmo mai un teatro popolare siciliano! Se poi il vecchio teatro siciliano si vuol paragonare col nuovo, probabilmente per trarne ragioni sfavorevoli al vecchio, allora si manca dei criterî elementari per giudicare che altro era il settecento, altro è il novecento, anzi manca addirittura uno degli elementi del giudizio. Un teatro dialettale, come abbiamo veduto, vi fu, e si credette così proprio e caratteristico della Sicilia che da tutti venne appellato nazionale: e commedie nazionali furon dette le vastasate, sì perchè la Sicilia era pei Siciliani una nazione, e sì perchè pei dotti di essa, specialmente nel sec. XVIII, il dialetto voleva levarsi a dignità di lingua[100].