Non ostante le mal celate velleità del primato nel genere, due chiese soltanto se lo palleggiavano contrastando anno per anno: la Cattedrale e l'Olivella! [pg!122]
La fama precorreva pomposa i loro predicatori. I devoti, gli habitués, accorrevano numerosissimi ad ascoltarli; volevano studiarne la mimica e la parola, la scienza e l'ingegno, far dei confronti. Il loro giudizio veniva ripetuto per la Città, nelle conversazioni e nei caffè; e la curiosità, come nasceva negli assenti, così acuivasi in coloro che gli aveano uditi e non se n'erano formato un concetto a modo loro. Il pro ed il contro traducevasi in favore e in disfavore dei discussi oratori, dei quali ben a ragione il proverbio siciliano: Tinta dda matri c'havi lu figghiu pridicaturi! compiange le genitrici; giacchè non v'è persona che più dei banditori della parola di Dio sia maltrattata da quelli che meno la intendono. Alla simpatia o all'antipatia del pubblico varie circostanze concorrevano tutte più o meno forti: la nazione del predicatore l'ordine a cui apparteneva, le sue relazioni con qualche reputata famiglia del paese, e poi le doti intrinseche e più le esteriori di lui. Laonde accadeva il medesimo che agli artisti da teatro, fatti segno di calorosi applausi e di tacite disapprovazioni. Nel 1785 un genovese che predicava nella chiesa dell'Olivella soppiantava un napoletano al Duomo; dove anche l'anno seguente un altro soccombeva a quello della medesima Olivella. Nel 1787 la logomachia sostenevasi tra di valenti Domenicani, come tra due altri mediocrissimi del medesimo ordine nel novantacinque e nel novantasei. Il sac. Gaetano Burlò nella chiesa di S. Giuseppe superava di gran lunga i suoi emuli; di che fu un gran discorrere fino a vedersi anche i meno intemperanti [pg!123] tra gli spensierati giudici da caffè bisticciarsi nelle assemblee e nelle riunioni. Si era pensato in tempo debito (1791) a P. Pietro Rottigni dei padri Somaschi; ma all'ultima ora, dopo sette anni dalla nomina, egli mandava scusandosi di non poter venire. Fu una indelicatezza imperdonabile, che fece andare su tutte le furie il signor Pretore ed il nobile Senato. Che cosa poteva quindi fare P. Matteo Aceto, invitato improvvisamente, poco prima della Quaresima? Si erano messi gli occhi sul P. Teresio da S. Cirillo, e se n'era fatta la elezione; ma avvicinandosi il 1794 egli se n'era andato all'altro mondo, e fu fortuna che P. Gaspare da Gesù, carmelitano scalzo, accettasse il tardivo e gravoso ufficio, e più, che lo compiesse con una certa lode.
Al giunger dei Reali in Palermo, l'intervento loro alle sacre concioni assumeva carattere di pubblica dimostrazione a favore del P. Domenico Maria Sances dei Domenicani. Egli predicava al Duomo, cioè al Gesù, Casa Professa, mentre all'Olivella predicava un nizzardo. Che pronunzia infranciosata quella del nizzardo! Ed era mai possibile che col vento fortunale spirante dalla Francia, riuscisse gradita quella pronunzia?
Ed ecco il Re e la Regina recarsi tre volte la settimana a sentire il Sances. Maria Carolina ne era addirittura entusiasta, e per riflesso, tutte le dame di Palermo. A quaresimale finito, lo invitava al Palazzo e regalavagli una forte somma in monete d'oro ed una tabacchiera del valore di dugent'onze (L. 2550)!, poco [pg!124] più del doppio, quasi il triplo, del compenso solito a darsi dal Senato al suo oratore ufficiale quando egli era forestiere[130]. Lo spirito d'indifferenza religiosa dell'antico pupillo del Tanucci avea già subito l'influsso della politica e della sventura. La esperienza avea gettata molta acqua sul fuoco dei primi anni del suo regno: e corte e chiesa si erano in lui strette in amplesso assai più forte che non si potesse sospettare appena egli era uscito di minorità. Il giovine principe nel 1768 aveva arditamente espulso i Gesuiti, anche cadenti ed infermi; il vecchio Re nel 1805 doveva richiamarli: e gli stemmi della Compagnia di Gesù, stati sollecitamente atterrati, dovevano venir ricomposti e rimessi in onore. Laonde il cronista Villabianca, a chiudersi del sec. XVIII, per la Quaresima del 1800 poteva non senza una tal quale malizietta scrivere: «Li primi ad esercitare la religiosa osservanza di sentir la predica dei sani giorni furono li Sovrani con tutta la R. Famiglia; con che avendosi (sic) essi passato allegramente nello scorso baccanale, procurano ora far bene alle loro anime nei giorni di penitenza e fare insieme i lor doveri di principi nell'edificare i popoli col loro santo cristiano esempio»[131].
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Strano, scomposto accozzo di profano e di sacro, di scettico e di bigotto, di ridancione e di geremiaco, questo degenerato figlio di Carlo III, che divertivasi e sospirava, che ogni maniera di caccia e di pesca lecita e non lecita alternava con le noiose cure dello Stato; e che, mentre per non dare ombra alla Regina si asteneva dal visitare i monasteri, dove con le attraenti bellezze muliebri della Capitale si sarebbe potuto guastare la testa, divertivasi con Donna Teresa Fasone; la quale poi, in un giorno di malumore, per un inatteso regalo di cattivo genere, dovea egli disterrare e mandare a domicilio forzato in Castelvetrano!
Il quaresimale del Duomo non era il solo ciclo di prediche di cui si occupasse il Senato. Ad altri cicli consimili e a non pochi panegirici doveva annualmente questo pensare tanto per la metropolitana quanto per le parrocchie, sulle quali, come è risaputo, avea ed ha diritto di patronato. Per le tre Rogazioni precedenti l'Ascensione invitava soggetti di valore indiscutibile. Le Rogazioni erano le processioni alle quali nessuna corporazione monastica doveva mancare; sicchè le prediche che le coronavano, dovendosi pronunziare innanzi ai monaci ed ai frati della città ed agli ecclesiastici più in onore, facevano «tremar le vene e i polsi» ai più valenti. Chi non conosce il P. Reggente Domenico Danè, poeta ingegnoso ed elegante, sostegno dell'ordine di S. Francesco di Paola? Ebbene: fu lui uno degli oratori; e con lui in varî anni D. Fr. Ruffo, dottore in sacra teologia, i cappuccini P. Giuseppe Alfonso e P. Fra Camillo da Palermo, il crocifero [pg!126] P. Camillo Fuscia, il teatino P. D. Em. Oneto, il carmelitano P. Lettore Niccolò Aiello, lo scolopio P. Fr. Cusenza ed i preti Bonomo, Puccio, Barresi, Fernandez, Camarda, Calderone, Agalbato, Miraglia, Giunta e D. Giuseppe Trofolino.
Trofolino?... Oh! questo sacerdote non fu solo un buon predicatore, ma anche un fervoroso operaio della chiesa. Se il lettore non ne sa altro, si ricordi almeno essere egli stato l'autore della giaculatoria che dopo la benedizione del Divinissimo si recita ogni dì nelle chiese.
Fa mestieri di trascriverla?
Eccola quale egli la compose e l'Arcivescovo del tempo l'approvò (1779):