Qui non è inopportuna una breve corsa attraverso l'immenso campo delle pratiche tradizionali dell'anno; e lo faremo rapidamente, guardando appena poche particolarità di costumi, al presente non del tutto scomparsi.

Come in tutta la Sicilia così anche in Palermo dalla mezzanotte alle prime ore del giorno della Ascensione era un vociare confuso di pastori, un rumoreggiare assordante di campanacci, un belare di pecore, un [pg!17] mugghiare di vacche. Capre, buoi, interi armenti dalle montagne si menavano (e l'uso è sempre vivo oggidì) alla marina pel lavacro che dovea renderli immuni da mali durante l'anno: e capre e vacche, condotte in giro per la città, andavano ornate di fettucce e di fazzoletti di seta e le corna fiorate; ed i vaccai vestiti dei loro abiti migliori e i pifferai li accompagnavano lietamente.

La bizzarra costumanza[15] richiama quella della benedizione degli animali da tiro e da sella, carichi di nastri e di campanelli, nella chiesa di S. Antonio Abate.

Tra pratiche superstiziose passava il giorno di S. Giovanni Battista (24 giugno); tra ghiottonerie culinarie di pescatori quello di S. Pietro (29 giugno), chiuso con allegre cene a base di frutti di mare sulla spiaggia ed in barchette per gli abitanti nel quartiere della Loggia. Tra burle ed innocenti furti di bambini e di oggetti di vestiari o di ornamento, che si andavano a mettere in pegno e che poi gli interessati disimpegnavano, era consumato il giorno di S. Pietro in Vincoli: onde il motto che raccomandava di evitare liti il 1º di agosto.

'Ntra festi e Ferragustu

Nun cci jiri si si' 'n disgustu

In baccanali simili a quelli dell'antica Calata di Baida nello scomparso medio evo, trascorrevano le quaranta ore nella grotta di S.a Rosalia (4 sett.), pretesto a [pg!18] chiassate di quanti fossero spensierati popolani, ed alle solite pompe del Senato, il quale vi si recava in portantina e vi veniva solennemente ricevuto dalla Collegiata dei canonici istituita dal Marchese Regalmici, che anche a S.a Rosalia volse le sue cure.

Di gradita consuetudine era una gita della Nobiltà, nella più sontuosa mise en scène, a Monreale per la vigilia della nascita di Maria: consuetudine la quale (facile cosa è il supporlo conoscendosi l'indole del nostro popolo) riusciva sommamente chiassosa per l'accorrervi della città tutta; come per la immediata ricorrenza della Esaltazione della Croce, della quale diremo alla fine del presente capitolo.

Quello spensierato dei re, o quel re degli spensierati che fu Ferdinando III, l'8 settembre del 1801 ebbe gran piacere di recarsi anche lui nella storica cittadina. Discesone, volle da una villa, forse quella di S.a Croce, già Velluti, godere sul Corso di Mezzo Monreale «il passaggio del pubblico, i bei tiri di cavalli e le corse dei barberi»[16]. Chi più contento di lui allora, dopo la recente nascita del futuro erede del trono, il figlio di Francesco I?[17].

Una delle tre nobili compagnie, quella della Carità, soleva ogni anno, pel giorno sacro a S. Bartolomeo, [pg!19] apostolo, tenere una processione per compiere un atto di beneficenza. Vestiti del loro sacco, a due a due, quei confrati portavano ceste piene di camicie e di filacicche all'Ospedale grande e nuovo. Quivi giunti, toglievano a ciascun infermo la propria camicia, gli indossavano la nuova e gli donavano delle filacicche per le piaghe.

Il pietoso costume ci fa pensare al difetto che i poveri ammalati di chirurgia pativano di mezzi di medicatura[18]: e dovette essere tanto celebre da far nascere altro costume del ciclo nuziale, ora del tutto dimenticato come questo della processione. Le ragazze del popolo promesse spose, nel medesimo giorno di S. Bartolomeo, regalavano ai loro dami una piccolissima camicia ed una manata di filacicche. «Oh che volessero intendere, chiede scherzando un letterato, che dall'amore all'ospedale non è molta la distanza?»[19] O non piuttosto, chiediamo noi, che si dovesse pensare operosamente agli infelici?