La bella Duchessa, libera dai travagli della guerra, spesso procurò sopire le cure di Stato sulla riva sinistra del Po, nel delizioso Castello del Valentino da lei fatto ricostruire fastosamente ed ornare secondo il gusto de' suoi tempi.

Chi entra in quell'edificio, dopo averne letta l'accurata monografia[34] di Giovanni Vico, è tentato d'immaginarselo uno de' fatati castelli che celebrò la musa di messer Ludovico.

Di rincontro al Valentino, su la riva opposta del fiume, le verdi colline coi giardini e le ville, e coi variati prospetti, ricordano i poggi beatissimi di Posilipo e di Mergellina, ed empiono l'animo di storiche rimembranze, da Carlomagno nella badia di Vezzolano a Silvio Pellico nella villa Barolo.

Tutto ride e spira pace colà d'intorno; e lo stesso Eridano scorre pacifico, come placido lago, sotto i veroni del castello turrito, che fu stanza di amori e di ozi soavi: e coi balli, i caroselli e i tornei, onorò le feste nuziali de' nostri Principi.

Mentre le sale del Castello echeggiavano di clamorosi tripudi, sulle acque del fiume furono veduti vivaci simulacri di fiorite isole allegrate di canti e allegoriche rappresentazioni; e in compagnia di molte navicelle adorne fu veduto il nostro Bucintoro, foggiato nel 1731 sul famoso di Venezia, passar fra gli evviva dei Subalpini, ricco d'intagli, dorature e simboliche immagini, leggiadro monumento dell'arte scultoria in legno.

Nel castello del Valentino tutto è sorriso e pace: ma la duchessa Cristina nello splendore della bellezza e delle feste più volte sarà stata assalita dalle squallide memorie dell'assedio di Torino, opera del suo fratello e del Richelieu, ostili ai Principi di Savoia.

Altro sanguinoso assedio ebbe a sostenere l'eroica Torino contro le ambizioni francesi, e fu il famosissimo del 1706, il quale fece persuaso l'orgoglioso Luigi XIV non poter sempre i grandi e forti riuscire a ciò che ingiustamente vorrebbero.

Nella lunga e terribile guerra della successione di Spagna, Vittorio Amedeo II, Duca di Savoia, accostossi alla lega de' potentati, che volevano porre sul trono spagnuolo un Principe austriaco, mentre Luigi XIV voleva stabilirvi il Duca d'Angiò, suo nipote. Dopo varie vicende la somma delle cose della guerra in Italia parve tutta restringersi intorno a Torino. Infatti quel superbo che soleva dire: Lo Stato sono io, deliberò di sbalzar di seggio Vittorio Amedeo, mandando poderosa oste a debellarne la metropoli.

La notte del 2 di giugno 1706 le milizie nemiche superiori alle nostre per numero non per valore, e capitanate dal vanaglorioso La Feuillade aprirono la breccia, facendo prima interrogare Vittorio Amedeo dove avesse l'alloggiamento per risparmiarlo nelle ostilità. Il nostro Duca rispose: Il mio quartiere è sui bastioni della cittadella. Però uscì di Torino dopo di averla vettovagliata e munita coi propugnacoli dell'ingegnere Bertola; e volteggiando nella campagna, si diede con indicibile ardire a molestare qua e là gli assalitori. Il qual modo di offesa alla spicciolata fu la salute della città, perchè l'assedio si potè tirare in lungo tre mesi ed avere l'aspettato soccorso.