Nel 1716 l'Accademia di scultori, pittori ed architetti ebbe a suo uso dal Governo parecchie sale nel palazzo della R. Università, e nel 1778 il re Vittorio Amedeo III, riconoscendo le Arti liberali altrettanto utili quanto gloriose in ogni Governo, decretò e promulgò nuovi regolamenti, fondò premi e concorsi, ed all'Accademia conferi il titolo di Regia. Nobili instituzioni, che vennero meritamente illustrate con medaglie a bella posta coniate.

Le arti, trascurate poi dalla bellicosa dominazione francese, al ritorno dei Reali di Savoia ripresero vita.

Nel 1821 il re Carlo Felice creò direttore della R. Accademia Giovanni Battista Biscarra, nominandolo ad un tempo suo primo pittore, capo e maestro delle scuole di pittura e di disegno.

Il Biscarra portò da Roma su le rive della Dora i severi precetti della scuola classica e i nobili esempi del suo pennello nel quadro il Caino, che adorna le pareti della nostra Accademia; e nuovi progressi si prepararono alle Arti.

Nel 1833 re Carlo Alberto donò all'Accademia il palazzo che oggi occupa nell'isolato di S. Francesco di Paola. Allora all'Accademia fu aggiunto il titolo di Albertina, nè invano, perchè re Carlo Alberto aperse un periodo nuovo alle arti protette, sì per la sua munificenza, come per le felici disposizioni degli ingegni subalpini.

XVI.

Re Carlo Alberto volle che il Piemonte fosse ad un tempo la Macedonia e l'Attica d'Italia. Per farne la Macedonia, migliorò ogni ordine militare e instituì nel suo palazzo l'Armeria reale. Per farne l'Attica, agevolò ogni maniera di studi ed ampliò l'Accademia di Belle Arti. Inoltre instituì la Reale Pinacoteca segnalata per quadri fiamminghi. Ne fu dotto illustratore Roberto d'Azeglio, ed ora n'è vigile direttore il suo fratello Massimo, ministro, guerriero, scrittore ed artista: esempio unico nella storia.

Il munifico Re commise elette opere a chiari scultori e pittori d'ogni terra italiana: Baruzzi, Sangiorgio, Marchesi, Fraccaroli e Cacciatori, Hayez, Podesti, Bellosio, Camuccini, Gazzarini e Bezzuoli; e la Reggia di Torino, emulando la Corte Medicea, già per mezzo dell'arte cominciava la unificazione della nostra Penisola.

Statue e dipinture di gran pregio decorarono templi e palazzi. Crebbe il numero degli studiosi e crebbero le scuole; e l'Arienti fu da Lombardia qui chiamato a professare la pittura, e dalla Sardegna il Marghinotti ad essere maestro nel disegno dal rilievo.

Invadendo ogni cosa lo spirito di riforma, entrò pure nell'Accademia Albertina, e coi nuovi ordinamenti Re Vittorio Emanuele II nell'anno 1856 affidò la direzione dell'Accademia al Marchese Di Breme. Questo patrizio, cultore e zelatore tenerissimo delle Arti Belle, acquafortista valente, consigliando l'insegnamento uno e vario, volse l'animo ad infondere vita novella nell'Accademia Albertina, convinto, egli dice, che le accademie si possono conservare, purchè si adattino meglio allo scopo dell'arte, la qual cosa consiste principalmente nell'unificare l'istruzione elementare e nel variare l'insegnamento superiore[45].