Estinto il marchese Tolosano, rimanevano di lui il figlio erede e due figlie.

Il popolo voleva ad ogni costo disperso il mal seme de' tiranni, e riuscì nei suoi ardimenti.

Era il dì del Corpus Domini. Squillavano le campane, echeggiavano di musiche le vie; cherici e laici, uomini e donne di ogni classe accompagnando Cristo in sacramento celebravano quel dì solenne della Chiesa nostra. Cesana era in moto, ed il giovine marchese, per meglio godere in tutta la sua pompa la vista di quella sagra, cedendo all'invito degli scaltri consiglieri, salì la torre delle campane. E mentre di là vedea ondeggiare per le vie ilare il popolo a lui sottoposto, ed i canti della cristiana carità si ergevano fra le croci, le fiaccole e le schiere de' sacerdoti, il giovane marchese fu da quell'altezza precipitato giù e lasciato morto, e così terminò la signoria dei Tolosano, dalla quale non si aspettavano le genti governo giusto ed amico.

Inorridirono le due orfane sorelle, e, mutate le gemme del domestico fasto nel velo de' claustri, lasciarono Cesana per chiudersi in un monistero di Oulx, dove pregando perchè cessassero le maledizioni su le ceneri dei parenti, largheggiando di limosine, uscirono da questa miserevole vita, compiante, ed in pace con Dio e cogli uomini.

Di tale leggenda non ho trovato nessun riscontro nelle istorie. Certo non si può riferire al secolo passato, come si voleva farmi credere, ma conviene cercarne l'origine nel XII o XIII secolo; difatti trassi da un libro francese[1] che un'iscrizione gotica dietro all'altar maggiore della chiesa de' Francescani di Brianzone, diceva che Antonio Tholosano, dottore in legge e fondatore di quel convento, viveva nel 1390, ultimo della famiglia e degli antichi Marchesi di Cesana.

Del resto, avvenimenti o leggende di tal fatta odonsi raccontare fra le rovine di altri castelli, improntati della barbarie feudale: o sia che gli uomini si accordino talvolta nel modo di disfarsi dei loro oppressori, o che la posterità ami alle leggende popolari annestare simili racconti per insegnare che il potere malamente usato non di rado si converte in supplizio, e forse anche la terribile dottrina, che negli estremi ogni spediente è lecito solchè valga a frangere la tirannide e vendicarsi in libertà.

VII.

Queste memorie io volgeva nell'animo guardando al Chiabertone che, cinto di selvaggia orridezza, si estende fra tramontana e ponente, solcato l'ignudo capo dalle folgori, e grave le spalle di folte selve di larici e di pini, e bagna il piè nelle acque della Ripa. Il color cupo del pino ed il chiaro del larice tingono di misteriosa malinconia quel dorso di monte frequente di camosci e tanto vegliato dalle guardie forestali. Le sue selve cogli annosi tronchi preservano il paese dagli scoscendimenti della neve; per la qual cosa è divietato dalla legge il diradicarne ed anche sfrondarne le piante. Gioverebbe tuttavia il taglio degli alberi troppo vecchi, perchè in tal modo il terreno si renderebbe assai più acconcio a germinare piante novelle.

Il Chiabertone non è dunque soltanto magnifico a vedere, ma utile eziandio al paese che gli sta alle falde, mentre la Dora anima i congegni di un molino e di una pubblica sega da legnami, e dona al pescatore ottime trote.