Io lo vidi: il Cantor de' tre regni
Levò il capo dal lugubre piano,
Ove al Goto guerriero sovrano
Reggia e tomba il suo popolo aprì;

E dall'erma pineta odorosa
Sovra l'ale di cento cherubi
Per cammin di tempeste e di nubi
Il conteso Appennino salì.

Io lo vidi: librato ne' cieli
Affacciossi alla terra pentita,
Che tra i fiori gli diede la vita,
Ma, noverca, dal seno il cacciò.

Affacciossi con volto sereno,
Volentieri a colei perdonando,
Che l'ingiusta condanna del bando
Con superstiti onori ammendò.

Al vederlo, di Fiesole i côlli
Del più splendido april s'ammantarno;
E la gemina riva dell'Arno
Di Casella i concenti mandò.

Esultarono l'ossa nel Tempio
Della Croce, e risorsero i vati
Di Säulle e d'Arnaldo, svegliati
Da Colui che il lor verso animò.

Del Pöeta le ceneri sante
Tien gelosa Ravenna, ma sale
E vïaggia lo spirto immortale
Fra le stelle di libero ciel.

Ei su l'Arno ritorna, chiamato
Dal desìo del suo Veltro promesso,
E consacra con mistico amplesso
Dell'Italia il monarca fedel.

Come, o Dante, mutarsi tu vedi
L'egra Italia, che serva ploravi
Di tiranni bordello e di schiavi,
Di stranieri ludibrio fatal!

Nella roba di piglio e nel sangue
Più non danno le arpie de' castelli;
Giostra rea non è più di fratelli
La tua scissa contrada natal.