Nella cappella di Sant'Anna ci fanno osservare bellamente dipinta una Sacra Famiglia di scuola raffaellesca, ed in altra cappella, entro una nicchia ci additano inverniciata a colore di bronzo una statua in legno di noce, ammirata per gl'intagli e più ancora perchè in essa si crede rappresentata genuflessa in atto di preghiera, colle palme stese alla croce, Adelaide, comunemente chiamata Contessa di Susa, che inanellata ad Oddone di Savoia, aggiunse a lui ed a' suoi eredi il marchesato di Susa, e preparò un regno che dovea essere tanto glorioso e desiderato fra le genti italiane. Al sommo della nicchia si legge:
Questa è Adelaide, cui l'istessa Roma
Cole, e primo d'Ausonia onor la noma.
Le quali parole fanno ricordare il grande ossequio che Adelaide portò a papa Gregorio VII, corrucciata con lo suocero, l'imperadore Arrigo IV; nè ben saprebbesi se più la movessero gli oltraggi fatti da lui alla infelice consorte Berta o le ingiurie da lui inferite alla combattuta Chiesa.
VI.
Usciti dalla cattedrale si aggirarono per le vie, e chi si fermò ne' portici ad ammirare un bell'affresco della Sacra Sindone, chi considerò la strana vicenda delle umane cose innanzi alla casa con finestroni di gotico stile, già abitata dal cardinale delle Lancie, ed ora da Norberto Rosa, fiancheggiata da una torre antica su cui sorge la campana del Comune. Parecchi chiedevano dell'antica chiesa a Santa Maria, che per aver sul campanile un bidente, diede credito alla favola che un tempo fosse delubro a Nettuno; nè si passò senza pietosi ricordi innanzi alla cadente chiesa ed all'abbandonato chiostro di S. Francesco, che rammentano il passaggio del Santo di Assisi, e Beatrice, consorte del conte Tommaso, che edificava quel pio ospizio per compiacere al piissimo uomo. Il chiostro fu soppresso nel 1800: la chiesa rimase deserta di frati e di preci, e neanco fu conservato all'attiguo giardino il memorabile cipresso che nel 1214, secondo la tradizione, vi piantava di sua mano il Beato di Assisi.
VII.
A poco a poco si andò diradando la eletta comitiva, perocchè molti per l'inaugurata via tornavano alle domestiche pareti.
Io rimasi coi Susini, e lungo le rive della Dora, a capo d'un ponte, vidi il sole tramontare dietro i gioghi del Cenisio; e mentre la campana d'una vicina chiesetta sonava l'Avemaria, la mia mente saliva fantasticando alle antiche generazioni di Susa, fra lagrime e rovine.
Le tenebre della notte mi parevano rotte dalle furie, che agitando le fiaccole infernali per le balze del Cenisio e del Roccamelone illuminavano scene di sterminio e di orrore. Io vedeva giù dalle Alpi calare Annibale, che sfiorava il giardino d'Italia col giuramento d'un odio ostinato, e le sue orde, che se risparmiavano Segusio, non la perdonavano ai Taurini. Non così Fabio Valente, che con quarantamila uomini piomba sovra Susa, abbandonandola al ferro ed alle fiamme. Invano la prostrata città risorge rivestita di nuova gloria; imperocchè Costantino, sdegnato che ella parteggiasse per Massenzio, avventa fuoco alle porte, accosta scale ai torrioni, la percuote, l'arde, e lascia un miserando ammasso di rovine ai Segusini, che non facilmente col resto della cristianità consentiranno al vincitore il titolo di pio e di santo. Costanti nelle avversità, i superstiti riedificano la patria, non sapendo gl'infelici d'apparecchiare nuove vittime ai Goti, ai Franchi ed agli Alemanni, che non piegano a pietà.