Oh! vista atroce! All'urto delle macchine belliche scrollano le torri e le mura: sorgono improvviso, fra 'l cozzo delle armi, fiamme voraci, e come lave d'indomito vulcano, coprono l'intera città: le acque della Dora, chiare per solito e luccicanti come argento, vanno tinte e fumanti di sangue: e fra tanto orrore levasi gigante e con barbara gioia un terribile uomo, che nella smodata ambizione potè credersi signore del mondo.

È Federico Barbarossa, che, al par di Nerone alle fiamme di Roma che arde, esulta, e con selvaggia fierezza si vendica della magnanima Susa, che, sentendosi italiana non meno delle federate città lombarde, lo aveva costretto a liberare gli statichi che seco traeva d'Italia, e aveva osato contendergli il passo, quand'egli incalzato dai fulmini di Legnano e della Chiesa, fuggiva e ripassava disperatamente le Alpi.

VIII.

O desolata Susa! io piango su le tue memorie. Fosti illustre e misera, perchè di rado la gloria va scompagnata dalla sventura. Vera fenice delle Alpi, più volte morta e risorta, predata ed arsa dagli avidi stranieri, che da' tuoi gioghi colle armi si apersero la via fra noi, fosti giustamente appellata Chiave d'Italia, Porta della guerra.

Poche ma eloquenti reliquie ci rimangono dell'antico tuo stato: le lapidi inscritte, che il dotto canonico Sacchetti raccolse nell'atrio del tuo seminario vescovile: le urne sepolcrali in casa dell'onorevole deputato Chiapusso, ed illustrate dal chiarissimo cav. Ponsero: e i due marmorei torsi loricati, memorie di Agrippa e Donno, che furono tanto ammirati dal Canova, e ora sono insigne decoro all'atrio dell'ateneo torinese. Rimane pure la cospicua mole alzata ad Augusto, il marmoreo arco, il quale colle superbe colonne scannellate ai quattro angoli, e i leggiadri capitelli adorni di foglie d'acanto, e la iscrizione latina e la scoltura ritraente un sacrifizio, simbolo di alleanza fra i re delle Alpi e gli imperatori del Campidoglio, mirabilmente ci testimonia l'onore in che le arti erano tenute presso gli antichi Segusini, e fa argomento di quanta eccellenza dovevano essere le terme diocleziane e gli altri monumenti, dispersi non tanto dalla forza del tempo quanto dalla barbarie degli uomini.

IX.

Stanco di tante visioni andai aggirandomi per le vie e sotto i portici, e una soave musica venne a quietarmi l'animo contristato. Quei suoni uscivano dal palazzo civico, dove il Municipio, per ben finire il giorno sacro al solenne aprimento della strada ferrata, avea con ogni eleganza preparate le sue sale ad una festa da ballo, alla quale col fiore dei cittadini convennero molte ragguardevoli persone dei circostanti paesi. Nelle sale del Municipio alla giocondità della festa associavansi i ricordi della patria come si moveva lo sguardo alle dipinte volte, e intorno alle pareti che rappresentano effigiati i torsi loricati, gli archi e gli uomini insignì, che nelle armi, nelle scienze e nelle arti illustrarono la storia segusina. E se taluno avesse desiderato salutare l'imagine di Susa nel secolo decimosettimo, poteva ammirare la copia d'una pianta, tratta dall'insigne descrizione degli Stati del Duca di Savoia, opera di rara magnificenza, stampata in Amsterdamo nel 1682.

Ma in quell'ora più del passato brillava l'età nostra nelle avvenenti donne e negli animosi giovani, che alternavano balli e colloquii soavi; e alle visioni delle furie e delle stragi succedettero nel mio spirito le visioni delle grazie e dell'amore, con cui si chiuse quel giorno memorando in val di Susa, ond'io a ragione dovetti sclamare:

Questo giorno non è gravoso incarco,
Che tributarie le provincie renda,
Che emunga il sangue delle oppresse genti
Per ergere a' superbi i monumenti.

Giorno di pace, memorabil giorno
Per fermo è questo che di carmi onoro;
A quanti vanno, a quanti fan ritorno
Lungo la Cozia via, pane e lavoro
Abbondevol promette, e d'ogn'intorno
Di novelle dovizie apre tesoro;
E dell'industria i prosperi destini
A voi dà per trïonfo, o Subalpini.