XXXII.

Così confortandosi nell'aiuto della Provvidenza, mi condusse sul farsi del meriggio dietro le già accennate antiche cappelle, su d'un terrazzo ombreggiato da annose querce, e di lassù godetti incantevole veduta.

Io vedeva la valle irrigata della Cenisia, e verso il sud le montagne di Gravere e di Chiomonte folte di selve, e il monte di Giaglione più al basso, e alle sue falde il campanile di Venaus, e udiva il continuo fracasso del fiumicello giù nelle forre delle voragini petrose, e il gemito carezzevole delle cascatelle d'acqua, che, coi nomi particolari di Claretta, Torrente, Roggido e Rivo malo, scorrono come argento fra il verde del Rocciamelone, e ricordano le cascate dell'Aniene sui gioghi tiburtini; e un olezzo dì erbe aromatiche e un'armonia perenne, il bello della natura misto di orrori e di delizie: questa vista m'inebbriava i sensi, e più dolorosa rendeva al vecchio monaco la minacciata dipartenza.

XXXIII.

Le umane instituzioni invecchiano e si dissolvono, anco le più solenni, quando il concetto divino vien soverchiato dal mondano. Allora a risuscitarle non basta forza d'uomo: solo il potrebbe un miracolo.

Ci rimangono talvolta alcuni stupendi esempli del loro stato primitivo per testimoniare alle genti il divino concetto che le creò, ben diverso dal mondano che le corruppe.

Padre Ilario era uno di tali esempli, uno di que' monaci che sarebbe stato amatissimo da S. Benedetto. Egli piegò il capo alla legge di soppressione del 29 maggio 1855; e per diversi mesi ancora fu veduto errare per la valle della Novalesa, e piangere e pregare nella grotta dove pianse e pregò santo Eldrado.

XXXIV.

La Brunetta.