XXI.
I Longobardi, questi barbari dalle lunghe barbe e dalle lunghe labarde, condotti dal feroce Alboino, insignoritisi di molta parte d'Italia, ebbero a lottare colla potenza de' papi e per essa caddero. Ariani dapprima, furono ostili ai papi. Divenuti cattolici nel florido regno di Teodolinda e di Agilulfo, dopo qualche tempo di pace, tornarono ad aperte ostilità contro i papi, che invocarono l'aiuto de' Franchi, i quali due volte capitanati da Pipino valicarono il Moncenisio, superarono le Chiuse, e vittoriosi in Pavia imposero tributi ai Longobardi e l'obbligo di restituire le conquiste fatte sopra la Chiesa. Accettarono i vinti le condizioni della pace; ma Desiderio, ultimo dei re longobardi, associatosi al regno il figlio Adelchi o Adelgiso, non le attenne; anzi corse coll'armi le città papali. Carlomagno, il figlio di Pipino, invocato da Roma, con poderoso esercito per le note vie del Cenisio e della Novalesa si fece alle Chiuse, che afforzate di torri e di muraglie dal Pirchiriano al Caprasio, serravano lo sbocco della valle. Caduto di animo, già stava per rivalicare le Alpi, quando, secondo strane leggende, un giullare lombardo, e secondo il racconto della Cronaca Novaliciense, confermatoci da prezioso documento conservato in Cremona[19], un tal Martino, diacono di Ravenna, per reconditi cammini giunto al campo della Novalesa, insegnò a Carlomagno la via ch'egli tenne; per la quale una schiera di Franchi potè sorprendere i Longobardi alle spalle, in tanto che il grosso dell'esercito fra lo scompiglio e la paura li vinceva facilmente alle Chiuse. Importante vittoria, che diede ai Franchi le chiavi d'Italia, e una ingerenza, non cessata per anco, nelle faccende dei pontefici romani, coll'assicurarne le conquiste ed accrescerne l'autorità.
XXII.
Questa luttuosa catastrofe suggerì ad Alessandro Manzoni due lavori, tesori di patria letteratura, la tragedia l'Adelchi, e il discorso (Della storia longobardica in Italia) che l'accompagna; tale, diremo volentieri con Tommaseo, che di per sè basta alla fama d'un nome.
Visitando le Chiuse e i dintorni, ne ammirai la fedele dipintura nelle pagine del Manzoni, non altrimenti che in Grecia, consultando l'Odissea di Omero, io riscontrava l'antico porto d'Itaca, dove al suo ritorno in patria approdava Ulisse, e la misteriosa grotta dalle due porte, nella quale egli deponeva i ricchi doni avuti nella reggia dei Feaci.
Il Manzoni, ponderate le particolarità della cronaca Novaliciense, e studiati i documenti e le opinioni che di quel fatto scrittori diversi ci tramandarono, erudito e filosofo del pari, si mostrò conoscitore peritissimo de' tempi e de' luoghi, quasi che si fosse egli trovato al di là delle Alpi e nella Novalesa ai consigli dei re Franchi, ed a quelli del Longobardo nella reggia di Pavia, o che il suo fatidico spirito aleggiasse nelle pianure lombarde e sui monti cozzii allo scontro dei due tremendi nemici.
I gioghi e i valloni, i torrenti e le ghiacciaie, e le leggende del Rocciamelone, alle cui falde sorgevano le tende dei Franchi, tutto è con vivi colori espresso dal nostro poeta nelle parole del diacono Martino a Carlomagno, quando nella Novalesa gli narra come egli giunto presso le Chiuse abbia saputo schivare i vigili Longobardi, e torcendo a settentrione per ardui e reconditi cammini, condursi al suo campo. Uditelo. Nella nostra Italia dove si odono sempre con piacere ripetere le melodie del Rossini e del Bellini, con pari diletto ed ammirazione si udrà alle Chiuse ripetuta una delle più stupende pagine della poesia Manzoniana. Il monaco Martino interrogato da re Carlo come a lui fosse nota la via, e come al nemico ascosa, risponde:
Dio gli acciecò, Dio mi guidò. Dal campo
Inosservato uscii; l'orme ripresi
Poco innanzi calcate; indi alla destra
Piegai verso Aquilone, e abbandonando
I battuti sentieri, in un'angusta
Oscura valle m'internai: ma quanto
Più il passo procedea, tanto allo sguardo
Più spazïosa ella si fea. Qui scorsi
Greggie erranti e tuguri: era codesta
L'ultima stanza de' mortali: entrai
Presso un pastor, chiesi l'ospizio, e sovra
Lanose pelli riposai la notte.
Sorto all'aurora, al buon pastor la via
Addimandai di Francia.—Oltre quei monti
Sono altri monti, ei disse, ed altri ancora,
E lontano lontan Francia; ma via
Non avvi: e mille son quei monti, e tutti
Erti, nudi, tremendi, inabitati
Se non da spirti, ed uom mortai giammai
Non li varcò.—Le vie di Dio son molte,
Più assai di quelle del mortal, risposi;
E Dio mi manda.—E Dio ti scorga, ei disse:
Indi tra i pani che teneva in serbo
Tanti pigliò di quanti un pellegrino
Puote andar carco: e in rude sacco avvolti
Ne gravò le mie spalle: il guiderdone
Io gli pregai dal Cielo; e in via mi posi.
Giunsi in capo alla valle, un giogo ascesi,
E in Dio fidando, lo varcai. Qui nulla
Traccia d'uomo apparia; solo foreste
D'intatti abeti, ignoti fiumi, e valli
Senza sentier: tutto tacea; null'altro
Che i miei passi io sentiva, e ad ora ad ora
Lo scrosciar dei torrenti, o l'improvviso
Strider del falco, o l'aquila dall'erto
Nido spiccata in sul mattin, rombando
Passar sovra il mio capo, o sul meriggio,
Tocchi dal sole, crepitar del pino
Silvestre i coni. Andai così tre giorni;
E sotto l'alte piante, o nei burroni
Posai tre notti. Era mia guida il sole;
Io sorgeva con esso e il suo viaggio
Seguìa, rivolto al suo tramonto. Incerto
Pur del cammino io gia, di valle in valle
Trapassando mai sempre; o se talvolta
D'accessibil pendìo sorgermi innanzi
Vedeva un giogo, e n'attingea la cima,
Altre più eccelse cime, innanzi, intorno
Sovrastavanmi ancora; altre di neve
Da sommo ad imo biancheggianti, e quasi
Ripidi, acuti padiglioni al suolo
Confitti; altre ferrigne, erette a guisa
Di mura insuperabili.—Cadeva
Il terzo sol quando un gran monte io scersi,
Che sovra gli altri ergea la fronte; ed era
Tutto una verde china; e la sua vetta
Coronata di piante. A quella parte
Tosto il passo io rivolsi.—Era la costa
Orïentale di quel monte istesso,
A cui di contro al sol cadente, il tuo
Campo s'appoggia, o sire.—In su le falde
Mi colsero le tenebre: le secche
Lubriche spoglie degli abeti, ond'era
Il suol gremito, mi fur letto, e sponda
Gli antichissimi tronchi. Una ridente
Speranza, all'alba, risvegliommi, e pieno
Di novello vigor la costa ascesi.
Appena il sommo ne toccai, l'orecchio
Mi percosse un ronzìo che di lontano
Parea venir, cupo, incessante: io stetti,
Ed immoto ascoltai. Non eran l'acque
Rotte fra i sassi in giù; non era il vento
Che investìa le foreste, e sibilando,
D'una in altra scorrea; ma veramente
Un rumor di viventi, un indistinto
Suon di favelle e d'opre e di pedate
Brulicanti da lungi, un agitarsi
D'uomini immenso. Il cor balzommi: e il passo
Accelerai. Su questa, o re, che a noi
Sembra di qui lunga ed acuta cima
Fendere il ciel, quasi affilata scure,
Giace un'ampia pianura, e d'erbe è folta
Non mai calcate in pria. Presi di quella
Il più breve tragitto: ad ogni istante
Si fea il rumor più presso: divorai
L'estrema via; giunsi sull'orlo, il guardo
Lanciai giù nella valle, e vidi... oh! vidi
Le tende d'Israëllo, i sospirati
Padiglion di Giacobbe: al suol prostrato,
Dio ringraziai, li benedissi, e scesi.