XIX.
Condove.
Come Sant'Antonino divenne allegro ed agiato provvedendo alla pubblica salute, così il vicino paese di Condove, a sinistra della Dora, crebbe in prosperità col suo mercato del mercoledì, il più frequente di commercio in Val dì Susa.
Una volta i montanari dalle ville circostanti, colle loro patate, i latticini, la segale, le castagne e frutta e derrate di ogni specie, scendevano la sera del mercoledì in Condove per avviarsi nel giorno seguente di buon mattino al florido mercato di Avigliana. La sera, ragionando quivi delle loro faccende, iniziavano e talvolta terminavano i loro negozi, onde a poco a poco si conobbe che il mercato aviglianese del giovedì si faceva per buona parte nella sera antecedente in Condove. Pertanto venne quivi sancito il mercato di mercoledì, al quale aggiunse eziandio importanza la via nuova che dalla strada provinciale mette al paese.
Un sereno mercoledì d'autunno mi aggirai sotto i portici e per le vie liete di commercio e stipate di popolo che danno manifesto indizio della nuova vita di Condove. Passai fra panieri di patate e di castagne, e sacchi di segale addossati l'uno all'altro, fra alte pertiche uncinate, da cui pendevano nastri di ogni colore, fra tavolati carichi di tele e di sete sotto tende sorrette da pali, e in mezzo all'affaccendarsi di chi va e di chi viene, di chi vende e di chi compera, incontrai, presso una fontana, su d'un carro, un nuovo Dulcamara, un uomo di strane sembianze, che, schiamazzando con rauca voce, traea intorno a sè la moltitudine e raccomandava i suoi cerotti, i suoi rimedi per tutti i malanni del mondo; e frattanto sul vicino prato, a pochi passi dalla chiesetta del cimitero, un povero cieco cantava i miracoli d'una Madonna e vendeva pie canzoncine. Così ciascuno spacciava la sua merce nel mercato di Condove, ed io scriveva la mia pagina.
Stanco di urti e di schiamazzi, a tramontana del paese salii il poggio di Molaretto (che non va confuso con quello del Moncenisio) e quivi dalla casa del capitano Perodo, che mi è stato assai cortese, ho goduto d'incantevole vista. Fertili e vasti piani, e monti verdeggianti di vigneti e di selve mi stavano d'intorno, e a ponente le giogaie delle Alpi nell'estremo orizzonte biancheggiavano di nevi. Il monte che attirava maggiormente il mio sguardo era a sud-est, il Pirchiriano. Su la cima v'ha la Sagra di San Michele, alle falde le Chiuse de' Longobardi. Quante memorie di religione e di guerra si accolgono intorno a quel monte, aspro a chi lo guarda, sublime a chi lo medita!
XX.
Le Chiuse.
Nella storia delle armi trovansi registrati luoghi che divennero famosi, perchè ivi si decisero le sorti di molte e lunghe generazioni. Fra questi è segnalato il villaggio di Chiusa alle falde occidentali del Pirchiriano, sorto dalle Clusæ Longobardorum, fra gl'Italiani non men famoso di Corfinio e di Canne, di Marengo e di Novara. L'avvenimento associato al nome del villaggio è il più grande che illustri Val di Susa, e basterebbe ad illustrare qualunque provincia.
Non mi facciano il broncio i Susini additandomi il loro arco ad Augusto; conciossiachè quel monumento non ricordi che l'accorgimento d'un prefetto, il quale per guadagnarsi l'amicizia del padrone, gli innalzò la marmorea mole col danaro delle città a lui soggette: et civitates, quæ sub eo Præfecto fuere. Laddove l'umile villaggio di Chiusa è l'arena in cui si contesero il dominio d'Italia due superbi conquistatori, che, sebbene l'uno più dell'altro infesti al bel nome latino, diedero vita a solenni ordinamenti, dopo un millennio non del tutto estinti.