A questi nomi dovremmo aggiungere altri molti di vescovi ed abati, onde organavasi in Val di Susa il consorzio feudale, frastagliato di tante e sì diverse giurisdizioni, che inceppavano il commercio e le industrie ed impedivano lo svolgimento del vivere libero e civile.
VI.
Che strano e disonesto brulichìo di baroni contendenti e contristati vassalli! Il medio evo fu il barbaro trionfo dell'ignoranza armata. Il disordine di que' tempi vien significato dall'istessa irregolare costruzione dell'edifizio, foggiata negl'irregolari picchi del monte; ed io lo vedeva espresso eziandio nelle strane figure intorno ai capitelli ed alle basi così delle ritte che delle ritorte colonne, miscuglio di arte romana e gotica, fatto più bizzarro dai ristauri di età posteriori. Visitiamo la Badìa a parte a parte. Facciamoci intorno all'enorme pilastro che ricorda quelli d'Egitto, e regge le vôlte principali dell'edifizio; saliamo e scendiamo nei tortuosi angusti andirivieni del monistero, per le alte scale intagliate nella roccia, sotto gli archi della chiesa, de' corridoi e delle grotte, qui fra lapidi impresse di gotici segni e di stemmi gentilizii, là fra teschi accatastati e fra cadaveri ritti entro nicchie, semicoperti da cenci, ed abbracciati alla croce, mummificati dal vento del Moncenisio, che perpetuo percuote quelle vette; e fra tanto sacro orrore sentiremo nell'animo il peso dei tempi feudali.
Che dirò d'una sera che, rischiarato da fiaccole per l'ampia scalinata, fra sepolcri e scheletri tornai ad affacciarmi alla mirabile porta del vestibolo, per cui si sale al tempio? Colonnette di marmo a diversi colori, attortigliate, cilindriche, ottangolari con base e capitello di varia foggia reggono quella singolar porta a tutto sesto, adorna di fregi e meandri in basso rilievo intagliati con ogni sorta di vezzi e fiori intrecciati, e coi dodici segni del zodiaco ne' pilastri. Ai quattro angoli d'una base di colonna sono scolpiti quattro grifoni, e ai quattro angoli d'un'altra base quattro leoni, di cui l'uno morde la coda all'altro. In un capitello sono raffigurate aquile, che afferrano un cerchio, in altri veggonsi uomini furibondi che si accapigliano, e serpenti che si avviticchiano ai martoriati, lor dando di morso, come i serpenti punitori dei ladri nell'inferno dantesco. Che più? Uno de' capitelli rappresenta Caino in atto di uccidere Abele, e in un altro si vede Sansone scrollante le colonne del tempio. Io riguardava pieno di stupore. La luce delle fiaccole balenava nelle mummie, nelle lapidi e nelle simboliche figure delle colonne; ed io andava fantasticando che mai significare potesse quella gran porta abaziale. Qual fosse il concetto dell'artista del medio evo non saprei dire; ma io poeta nelle sculture della porta immaginai rappresentate le discordie e le prepotenze della barbarie; e vidi il Caino del feudalismo che prostrava il misero popolo, l'Abele della borgata; e nel Sansone caduto fra le rovine del tempio de' Filistei io vedeva il feudalismo sfasciarsi fra i combattuti castelli e le ire dei vassalli.
VII.
In mezzo ai terrori del medio evo non di rado i monisteri furono asilo di pace e di santità, e sede nobilissima della scienza. Tale fu quello di S. Michele della Chiusa. Basti ricordare i preclari uomini che lo fondarono, governarono e protessero, e tosto all'ingresso del cenobio voi vedrete svolgersi ricca di splendori la storia di dieci secoli, da Arduino il generoso e sventurato re d'Italia, lontana imagine di Carlo Alberto, al monarca Vittorio Emanuele II, che l'uno e l'altro vendicando, alla trionfante nostra Penisola restituì più splendida e sicura la regal corona dei marchesi d'Ivrea.
Sedendo su gli scaglioni della roccia presso la porta simbolica del medio evo, nell'ora vespertina, io vidi aprirmisi lo storico volume di un millennio. Risorti nella mia mente agitata dalla maestà del luogo e dall'ora conveniente alle meditazioni salivano per que' scaglioni, e per la porta misteriosa entravano nel tempio uomini di grande autorità.
Saliva il magnanimo marchese Arduino, accompagnato dal fondatore e dal primo abate del monistero, Ugone e Adverto; e li seguivano il beato Giovanni di Ravenna, ed Amisone, vescovo di Torino. Salivano gli abati Benedetto il Seniore e il Giuniore, e con essi l'Ildebrando, il restitutore della libertà alla Chiesa e combattitore delle superbie e simonie imperiali del tedesco Enrico IV. Santo Anselmo, l'arcivescovo di Cantorbery, congiunto di sangue coi principi di Savoia, e il venerabile cardinale Pier Damiani salivano ragionando insieme della fede, della ragione, della scolastica e del ristauramento della ecclesiastica disciplina. Il beato Umberto III saliva accompagnato dal suo diletto monaco Antoniano Giovanni Gerson, che gli andava recitando alcuni versetti del suo libro De imitatione Christi. In seguito nella chiesa odorosa d'incenso e sonante di cantici io vedeva affollarsi lunghe schiere di monaci venerati, e famosi principi, fra i quali Eugenio di Savoia, abate commendatario della Sagra, prima di essere il vindice capitano delle milizie subalpine, e l'immortale Giacinto Gerdil, precettore di Carlo Emanuele IV, l'ultimo abate, quando allo scorcio del secolo passato la Rivoluzione francese abbatteva il vecchio edifizio sociale per ringiovanirlo.
La mia mente non riposava, ed ultimo vedeva salire il glorioso martire dell'indipendenza italiana, re Carlo Alberto, che tornò in onore la deserta Abazia, e fece rivivere quello stupendo monumento di antichità cristiana. Egli mi apparve accompagnato dal sommo filosofo Rosmini-Serbati, al cui sodalizio della Carità affidò la cura della risorta Abazia, divenuta, come Superga ed Altacomba, sepoltura dei principi della R. Casa di Savoia.