Il monastero, tanto ammirevole e fantastico nella porta poco anzi descritta, non è del pari nell'interno della chiesa: la quale ristaurata più volte, è disforme dalla bellezza delle porte d'ingresso. Ha tre navate, di stile gotico le laterali, di stile romano quella di mezzo, sorrette da grandi colonne ricche di fregi, fra i quali leggonsi lettere Carlovingiche. Sono da osservare alcuni buoni dipinti e l'altare maggiore; un monumento romano con pie sculture dedicato da Servio Clemente alla memoria de' suoi genitori e della moglie, e il bellissimo mausoleo d'un abate, probabilmente Guglielmo d'Acaia, effigiato in pietra, e steso sotto un baldacchino fra quattro colonne.
Per una piccola porta dalla chiesa si discende nell'angusto vestibolo dell'ipogeo, già umile dimora al romito Giovanni di Ravenna. Le spoglie mortali dei Principi di Savoia, tumulate nella Metropolitana torinese, furono nell'anno 1836 da Re Carlo Alberto fatte trasportare alla Sagra di S. Michele e deporre nella chiesa ai lati dell'altar maggiore; e nell'anno 1856 per ordine di Re Vittorio Emanuele II vennero composte con ogni onoranza in distinti avelli nella sotterranea cella di San Giovanni, illustrati dal conte Luigi Cibrario con latine epigrafi, che sono la concisa ed elegante storia dei sepolti e del trasferimento delle loro ossa. Gl'Italiani salutano riverenti le ceneri de' Principi Sabaudi, e sulle loro tombe suona continua la preghiera dei sacerdoti Rosminiani.
IX.
I Rosminiani.
Il sodalizio della Carità fondato dal Rosmini, ed approvato dalla Chiesa l'anno 1839, sarebbe de' più possenti nella cristianità, qualora simili instituti fossero ancor piante da rifiorire ai dì nostri.
I Rosminiani non sono nè monaci nè frati, ma sacerdoti regolari che possono dedicarsi alla vita contemplativa, e, chiamati, applicarsi alle missioni ed agli spedali, all'aiuto de' parrochi, all'educazione del popolo, insomma al più ampio esercizio della carità. E perchè nessuna legge circa i beni ecclesiastici potesse pregiudicarli, accortamente il Rosmini ordinava che il sodalizio della Carità fosse congregazione di privati sacerdoti, ciascheduno dei quali vive del proprio. Finchè vien tutelata la proprietà dei cittadini, sarà pure inviolata quella dei sacerdoti Rosminiani, i quali sono poi tra loro vincolati a dare ciascuno le loro rendite all'istituto e vivere insieme.
—E quando alcuno di voi cessi di vivere, a chi spetteranno i suoi beni? domandai ad un Rosminiano.
—Egli avrà testato in favore d'un altro Rosminiano.
—E se l'erede si scioglie dai patti rosminiani ed abbandona la casa della Carità?
—Lo potrà fare, ma pensi alla sua coscienza.