Nessuno affermò di aver veduto quel Diario. Nol vide monsignor Giovanni Pietro Losana, vescovo di Biella[29], che testimoniò di aver veduta la nota famosa; ma a dir vero, sulla fede soltanto di un fac-simile, presentatogli dall'abate Gustavo Avogadro, fattosi innanzi ai dì nostri qual possessore del prezioso Diarium, uomo per altro dì molto credito tra i famigliari del cardinale Morozzo, vescovo di Novara. Non lo potè vedere dopo ripetute istanze il Degregori; nè il conte Filiberto di Colobiano lo trovò nella libreria dell'estinto Gustavo Avogadro, acquistata in nome della Regina vedova Maria Cristina. Monsignor Malou dichiarò il Diarium, chiffon de vieux papiers qui n'a aucun caractère authentique ou extrinsèque d'authenticité. Fu del Diario degli Avogadro probabilmente come della pergamena del cremonese monsignor Dragoni[30], con cui si provava ad evidenza che Martino, diacono di Ravenna, insegnò a Carlomagno la via delle Alpi. La pergamena tenuta come autentica dal Troya e dall'Odorici, venne giudicata falsa dal Vustenfeld, e dimostrata tale con inconcussi argomenti dall'esimio Francesco Robolotti.
Non vi parlo insomma di merce spuria o sospetta, ma di documenti irrefragabili che il conte Luigi Cibrario, primo segretario di S. M. per il gran Magistero dell'Ordine de' Ss. Maurizio e Lazzaro, scoperse nell'archivio di quell'Ordine, e che di buon grado vi mostrerà, come fece a me, con gentilezza pari alla nota sua dottrina.
Anzi, egli ne pubblicò una erudita e coscienziata relazione, e la trovate in questa libreria del Cappellano, nel volume delle Operette varie del Cibrario.
XXXI.
—Oh il Cibrario! interruppe l'Abate: l'autore della Economia Politica del Medio Evo, è scrittore grandemente stimato anche dai nostri Francesi, i quali non sogliono tener conto che delle vere celebrità.
—Non istento a crederlo.
—Ebbene, vediamo che dice il Cibrario.
Pregai il Cappellano ad aprirmi la libreria, ch'io aveva mezz'ora prima esaminata, e tratto da uno scaffale un volume del Cibrario stampalo dai Botta a Torino nel 1860, l'apersi alla pagina 425 e vi leggemmo: «Sovrabbondano poi argomenti e prove materiali per dimostrare che ad uno scrittore del secolo XII e XIII, non ad altri d'età posteriore, si debba attribuire il libro Dell'imitazione di Cristo. Prima di tutto, lo stile dove si vedono di quando in quando reminiscenze di quelle cadenze rimate colle quali s'intendeva ad abbellire la metà ed il fine dei versi ed anche le prose dei letterati dei secoli XI e XII—Parvus est dictu, sed plenus sensu et uberi fructu—Si posset a me fideliter custodiri, non deberet in me turbatio oriri».
—Oh! sì, sì, codesto è modo antico, esclamò l'Abate.