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Scrittori sì nazionali che stranieri narrarono l’origine ed i primordj della città di Milano, e quanto in essa accadde poscia di memorabile per vizi e virtù cittadine, e pel volgere delle umane sorti. Noi pure imprendemmo, non ha molto, a trattare questa storia, esponendo in trenta libri molti avvenimenti degni di ricordanza. E in vero, dopo l’epoca romana, e quel Senato che governava il mondo, non fuvvi, a mio credere, repubblica o popolo alcuno che più del milanese offrisse esempj di beni e di mali, e un più continuo avvicendarsi di paci, di guerre e di studj civili. A Milano fiorirono, più che altrove, codesti studj, e gli scrittori qui volsero l’ingegno alla istruzione degli uomini. Tutte le quali cose io credo averle esposte nella citata mia storia.
Ma ora che m’accingo a narrare le orrende stragi della peste, la città stremata dalle morti, e i diritti più sacri di natura violati, m’è d’uopo impetrare indulgenza dai lettori, i quali, nella loro politica gravità, forse spregeranno me ed il mio racconto al leggere codesta atroce e mesta storia simile a squallido deserto. Però non fia inutile rivolgervi la mente: gli uomini onesti, stanchi delle frodi e delle tristizie che deturpano i nostri annali, vedranno in questo racconto il gastigo dei vizj, e stimeranno adequatamente cose che loro danno sì gran pensiero, qualora vedano tante migliaja di uomini essere periti pel loro alito avvelenato, tante famiglie rimaste senza eredi; la metropoli fatta deserta, e insultata la gloria e la rinomanza del nome. Da ultimo, per mostrare quanto più sia fatale codesta rinomanza, di cui taluni cotanto insuperbiscono, e perchè viemeglio si conosca la fierezza della pestilenza, e da quali principj originata, grado a grado diventasse così desolatrice, io premetterò alcuni cenni sulla posizione e lo stato di Milano prima della catastrofe che per poco non la distrusse.
II. Posizione e stato della città avanti la Peste.
Milano, situata in un’aperta pianura, riceve purissimi i raggi del sole, vantaggio non comune ad ogni città. L’aria salubre non è contaminata dai vapori degli irrigati terreni, i quali danno abbondanti raccolti, laonde il mite clima e il suolo ubertoso nulla lasciano desiderare di quanto serve a nutrire gli uomini ed a rendere loro piacevole l’esistenza; nè più lunga, nè più felice scorre altrove la vita, purchè l’intemperanza non distrugga l’effetto di tanti doni di natura. Buona copia di frumento si esporta fra gli Svizzeri, i Grigioni ed altre genti che scarseggiano di terre coltivabili; e con tal mezzo si riesce spesso ad averli alleati, e si ottiene dai medesimi pegno di fede che non apriranno al nemico i passi dei loro monti verso la Lombardia. Così anche il principe, per rimunerarli della fedeltà, concede talvolta agli stessi licenza di estrarre granaglie, dividendo a metà il guadagno dei trasporti. I governatori poi adoperarono sovente questo modo speditissimo di far denari, sì grande è l’esuberanza dei grani nell’ubertoso agro milanese.
I due celebri fiumi, l’Adda e il Ticino, agevolano l’importazione e l’esportazione. Uscendo il primo dal Verbano, il secondo dal Lario, abbracciano, in tutta la sua larghezza, il milanese territorio, e andando a gettarsi per diversa via nel Po, il quale mette foce nell’Adriatico, avvicinano in certo modo l’Oceano alla città nostra. Imperocchè ogni merce che o viene dal mare o ad esso si deve condurre, trasportasi per un canale navigabile, che, estratto dall’Adda e dal Ticino, fa il giro delle mura, e la congiunge co’ due fiumi anzidetti.
Milano, potente per uomini, armi e ingegni, non è soltanto dominatrice de’ confinanti popoli, ma nutrice altresì di estranee genti. E l’essere non ultima cura del re Cattolico cui è suddita, accresce vieppiù lo splendore del suo nome, che in uno coll’Italia è il più bell’ornamento e la forza dell’impero di lui, che si estende su due mondi. Non ha Milano più di sette mila passi in circuito, ma fu tanto popolata, che molti de’ suoi quartieri somiglierebbero ad altrettante città qualora venissero isolati. Contava un tempo trecento mila abitanti; duecento mila avanti la peste, cui mi sono proposto descrivere. Le abitazioni ed il vestire dei cittadini erano tali, che appalesavano ricchezza principesca; i grandi poi imitavano il fasto reale: i negozianti ed i banchieri erano divenuti sì ricchi, che, abbandonato il commercio e sprezzando ulteriori guadagni, innalzavano l’animo al dominare, e molti ambivano fregiarsi di coronati stemmi, ignoti ai loro oscuri antenati. Il mediatore si faceva coraggio di occupare i luoghi da essi abbandonati, l’infima plebe deponeva i cenci, e il marito spregiava la moglie se non indossava veste di seta ricamata in oro. L’abito di pura seta veniva ormai lasciato ai mendichi; il portar gemme, anello di gran valore in dito o orecchini divenne ostentazione spregiata, e le nobili matrone, cui tali ornamenti erano venuti a noja, quasi per soverchiare le donne del volgo, sfogavano la superbia vestendo con tutta semplicità. Del pari gli uomini facevano pompa di quadri, statue e d’altri miracoli dell’arte antica in sì gran copia, che io stimo non ve ne fossero tanti a Siracusa o nell’Attica, allorquando Marcello e Filippo il Macedone per diritto di guerra le devastarono.
Monumenti pubblici, oratori e poeti fanno fede che a Milano non fiorivano soltanto le belle arti, le quali, inventate dai Greci, dilettano gli occhi e l’udito, ma altresì le scienze educatrici degli uomini. Molti coltivarono con buon esito l’eloquenza e la poesia, lasciandone prova nelle opere loro. E come nella felice etade antica gli imperatori lavoravano colle proprie mani la terra, che, fessa da regio vomere, pareva dare più rigogliosi frutti, così a Milano i più nobili cittadini, applicando l’ingegno agli studj, ne traevano abbondevole messe. Nè la pestilenza, che tanti danni arrecò, mutando quasi interamente le cose, potè gran fatto nuocere alle lettere.
In esse coi ricchi gareggiavano anche i poveri, spronati, non come i primi, dalla gloria e dal desiderio di accrescere l’avita nobiltà, ma dall’amor del guadagno, e dalla speranza di premj in una città dove le lettere ottenevano la preminenza appo i dominatori. Infatti fu in ogni tempo sì grande la liberalità de’ principi nostri verso gli studiosi, che i fanciulli poveri ebbero agio ad istruirsi quanto i ricchi, e l’intera città sembrava un tempio sacro alle muse, se ponevasi mente alle scuole, ai collegi ed alle pubbliche librerie della medesima.
Così Milano, ricca, fiorentissima e beata un tempo, indi ridotta misera per intestine e continue discordie, superò altre città e popoli nelle scienze e nelle civili discipline. L’affetto alla religione primeggiava su tutto; e i costumi e le leggi del popolo milanese accrebbero fama alla metropoli per aver riunite cose fra loro disparate, e fatto sì che regnassero a vicenda la ricchezza pubblica e la temperanza, l’irrequietudine e l’ubbidienza dei cittadini, la carità pubblica ed il fasto, e quanti vizj per l’indole umana sono in continua lotta colle opposte virtù.