III. Come gli apparecchj di guerra, indi la fame, cominciassero ad affliggere Milano.
La pace inveterata e il lungo disuso delle guerre estere, che sono sorgente di beni e di mali per ogni città, avevano radicati i costumi e le abitudini da noi più sopra descritte. Dopo le guerre combattute tra Francesi e Spagnuoli sotto i re Carlo V e Francesco I, per le quali con gran strage d’ambe le parti fu decisa la sorte del milanese ducato, nemico alcuno non aveva più disturbata la metropoli lombarda. E siccome ella non mosse guerra ad alcuno, rimase per quasi cento anni (1535-1630) tranquilla, siccome mare cui non agita il più lieve soffio di vento. Ma dappoichè i capi di molti regni e provincie, congiurati col fiero Enrico re di Francia, cominciarono ad armarsi, quel mare, immagine della città nostra, s’agitò con moto sì intestino che esterno, suscitando tale una burrasca, che ne addusse la guerra, la fame, e da ultimo la pestilenza, che quasi interamente ne distrusse. La mano ed il furore d’un solo uomo, seppure non fu la mano d’un nume, fiaccò ad un tratto quella tremenda congiura che minacciava principalmente la nostra città[32]. Ma i semi di quella congiura, sparsi da lontano, furono causa di molte vicende, che misero sossopra re e principi minori cogli odj, i sospetti, la tema per le atroci insidie che si erano tese gli uni gli altri, aizzati a ciò segretamente dai loro ministri. Durante il qual tempo, la nostra provincia, in mezzo a continui apparecchi guerreschi, attendeva che scoppiassero le ostilità, come conseguenza inevitabile della congiura.
IV. Dei governatori di Milano Fuentes, Velasco e Mendozza, e ancora dell’origine e delle cause di guerra.
Governava a que’ giorni Milano Azevedo, conte di Fuentes, il quale, mentre tutte le cose erano sicure e quiete, non si abbandonava al riposo. Educato fin dalla prima gioventù alle armi, che gli avevano procacciata fama di valoroso, ora che già vecchiezza il premeva, più che la stessa morte, abborriva dal terminare tranquilli i suoi giorni. Egli, per indole guerriero in tutta la sua vita, impaziente d’ozio, irrequieto, smodato ne’ desiderj, acceso della gloria, ansioso per inveterata fedeltà al suo re, d’ogni cosa sospettoso, a tutti sospetto egli stesso, simulatore, indagatore degli altrui pensieri, stipendiava uomini che spiassero non solamente le aule, ma i pensieri de’ principi inimici. E radunando ad un tempo armi e soldati ed ogni apparecchio di guerra, aveva ridotto a tale le cose, da tener assopiti, in una falsa sicurezza, i nemici, e da poter egli stesso co’ suoi preparativi farli avvertiti del pericolo in cui si trovavano, suscitandoli a muoversi. Ma già i mal certi suoi alleati, che in segreto gli erano nemici, di loro spontanea volontà si agitavano, ed ordivano macchinazioni. Rimane ancor dubbio se il vecchio governatore le avesse sottomano suscitate, ovvero se ignorandole, morisse di dolore posciachè le ebbe scoperte.
Comunque sia, per mirabile coincidenza opportunissima a mantenere la quiete, l’assassinio del re di Francia e la morte del conte di Fuentes accaddero quasi al tempo stesso. Il qual ultimo non saprebbesi dire se mancasse di vita per vecchiaja o pel rammarico della sua congiura di repente sventata. Allora, per reciproca dissimulazione delle parti, non fu turbata la pace tra Francia e Spagna; e la Lombardia rimase più sicura che prima nol fosse nella vacillante pace.
Era questa però affatto precaria, e l’odio ed i guerreschi apparecchi tenevano in sospeso gli animi. Al morto Fuentes succedettero governatori Velasco e Mendozza, grandi di Spagna, nè temuti dai nemici, nè intenti a spiarne le mosse. Il Velasco, dedito agli studj ed ai piaceri, il Mendozza alquanto più attento all’ufficio suo, entrambi paghi della gloria dei loro avi, venivano lodati dai saggi perchè, malgrado le istigazioni di molti, mantenevano la pace e la tranquillità degli animi, cotanto necessaria a quell’epoca. Ruppe la quiete e l’ozio del Mendozza il duca di Savoja, il quale, nemico di suo genero, invase colle sue truppe il Mantovano, turbando la pace d’Italia, e dando un pessimo esempio agli altri principi col trascendere i limiti della moderazione. Le armi del re di Spagna s’interposero a difesa della parte più debole, e da ciò ebbe origine la calamità d’introdurre in Lombardia soldati stranieri, i quali vi diffusero il contagio. A questo precedette la carestia, di cui narrerò gli andamenti in quanto servono a rischiarare la storia di essa terribile pestilenza.
V. Toledo, Figueroa, Consalvo di Cordova governatori di Milano. — Origine della carestia.
Scoppiata, come dicemmo, la guerra, ed introdotti gli stranieri, si schiuse larghissimo adito alla fatale carestia ed alla peste desolatrice, che per ordine naturale sovente le tiene dietro. Gli artifizj e la tristizia dei dominatori, non che la malvagità degli uomini accesero la guerra, e da questa scaturirono la fame e la pestilenza.
Le vettovaglie in vero bastavano a Milano, a’ suoi cittadini, a’ forastieri, alle truppe, e fino al nemico avventizio, giacchè da quindici anni alternavasi la guerra e la pace, durante la quale, esportavasi più frumento all’estero di quanto se ne consumasse per gli abitanti e pe’ soldati.
Codesta abbondanza di granaglie era dovuta in parte ai saggi regolamenti dei due governatori mandati da Spagna a reggere il milanese ducato, il conte di Toledo ed il Figueroa, tanto lodati dal pubblico quanto vennero biasimati i loro due antecessori.