Il conte di Toledo, che correva fama appartenesse alla famiglia reale di Spagna, era uomo cupo, avido di gloria, insofferente di rivali, sprezzatore di tutti in cuor suo, esperto nell’armi, aspro in tempo di pace: tutta la vita conformò ad esempio dell’antichità. I prudenti del nostro secolo però ardivano dare ben altri nomi alla virtù, all’innocenza ed alla severità del conte di Toledo. Ora agevolando, or restringendo l’esportazione delle vettovaglie, secondochè l’annata prometteva scarso od abbondante raccolto, e bilanciando le spese coi redditi come un diligente padre di famiglia, egli sempre provvide alle vettovaglie, e in tempo di guerra e quando per l’inclemenza delle stagioni scarseggiavano i grani. Mercè tali provvidenze, la carestia era scomparsa, e neppure se ne ricordava il nome.

La medesima sicurezza continuò sotto il Figueroa, che gli succedette. Benchè fosse giovane, non era inferiore per senno e per esperienza al Toledo, il quale, ormai decrepito, gli rendeva giustizia, non sdegnandosi punto che venisse paragonato, e fino anteposto a lui. E veramente lo superava nella gentilezza dei modi e nelle arti d’ingannare gli scaltri, i quali si burlavano del vecchio e rabbuffato suo predecessore.

Dopo un breve interregno, ricominciando più accanita la guerra, venne governatore il Consalvo, uomo d’illustri natali e di animo grande; ma cui la sorte riuscì contraria negli affari d’Italia.

Dopo Consalvo, lo Spinola, tutto occupato nell’assedio di Casale. Per tale impresa, migliaja di soldati tedeschi discesero in Lombardia: il paese fu oppresso da imposte; i ricchi ammucchiavano grano, e la terra non dava raccolti. In tal modo, col trasportare il frumento pel campo, sprecarlo od occultarlo per avidità di guadagno, cominciò a patire la fame il nostro popolo, che dianzi alimentava le altre genti, e fu ridotto a tale, che anche vendendo ogni suppellettile, non trovava da comperare gli alimenti necessarj alla vita[33].

VI. Della fame che precedette la peste.

Molti e orribili esempj di fame trovansi raccolti negli storici, come più volte gli abitanti delle città assediate siansi nudriti de’ più schifosi animali, d’erbe e fin di cuojo, e come talora per smania di cibo taluni si gettassero dalle mura, offrendo l’inerme petto ai colpi del nemico, per morire di ferro anzichè spegnersi in lenta inedia, ai quali delitti spingeva la disperazione della fame. Ma io racconterò non già esagerazioni scritte per amor del meraviglioso, sibbene quanto ho veduto e pianto co’ miei occhi medesimi. Questa fatale carestia si diffuse tra il popolo non all’improvviso, ma grado a grado, e, sto per dire, metodicamente. Gli abitanti del contado furono i primi a morir di fame, poscia i campagnuoli più doviziosi, cui le glebe, oltremodo da loro stancate, negarono quasi a gastigo le messi.

Il lusso e i vizj de’ cittadini furono domati dalla calamità. La quale, se non fosse stata sì forte da istupidire le menti, avrebbe offerto uno spettacolo ridicolo, e in uno mortificante l’umana alterigia. Coloro poc’anzi terribili al popolo pei soprusi e pe’ bravi che loro facevan codazzo, pronti al menomo cenno ad eseguirne i sanguinarj capricci, ora giravano soli, mansueti, ad orecchie basse, con volto che sembrava implorar pace; e taluni colle vesti sdruscite appalesavano chiaro il mutamento delle cose.

Un somigliante spettacolo offrivano anche i servi ed i bravi, dianzi azzimati e profumati, ed ora vagabondi per la città, seminudi, e stendendo la mano a chiedere elemosina; a tal segno la fame aveva prostrata la superbia dei viziosi! Ma più aspramente furono colpiti gli innocenti contadini, gli artefici, l’infima classe quasi indigente, ed i mendicanti.

Dapprima cessarono i lavori, che, servendo al pubblico uso, e, diciam anche, a fomentare i vizj, alimentavano però un gran numero d’individui. Si cominciò dal chiudere le botteghe, dalle quali il popolo nelle città trae in gran parte la sussistenza; e le poche rimaste aperte, somigliavano a deserto campo, reso squallente dalla sterilità e dalla carestia. La plebe, priva di lavoro con cui guadagnarsi il pane, senza traffico alcuno, costretta a marcire nell’ozio, non usa a patire entro la città, anzi emulante perfino nel vestire e nelle vivande il lusso dei ricchi, la plebe cominciò a stentare, indi a languir per fame, e da ultimo moriva. Cessata qualunque elargizione, era la moltitudine divenuta tutta quanta mendica, gli accattoni novizj in ciò solo diversi dai vecchi, che mal sopportavano con pazienza le frequenti repulse.

Sfiniti per mancanza di cibo, cadevano morti per le strade, ovvero vagolavano per le piazze ed i tempj con faccia cadaverica. Nè scemava di numero quella turba infelice, poichè tanti più ne rapiva la morte, e tanto più ingrossavano i rimasti per le famiglie che ogni giorno piombavano nell’ultima miseria, trascinandone seco altre, sia col cessar di soccorrerle, sia col defraudarle con malizia de’ loro crediti. E quasi non bastasse la folla de’ mendichi accorrenti verso la città dalle nostre campagne e colline, ve ne giungevano altresì dalle città limitrofe e dall’estero come in asilo sicuro, dove non mancherebbe alimento, illusi dal nome di Milano, ed ignorando in che triste condizione fosse caduta.