Era uno spettacolo lagrimevole il vedere cittadini, campagnuoli e forastieri elemosinare insieme spinti dalla fame, mentre i nostri Milanesi andavano nelle campagne e nelle vicine città in cerca di pane. Ma delusi tutti egualmente nelle vane speranze, morivano per le strade o in terra straniera.
Vid’io, passeggiando con alcuni compagni lungo le mura sulla strada militare, una donna con un fardelletto sul dorso ed un bambino in fasce pendente dal seno, la quale, non trovando alimento, erasi, a quanto sembra, indotta ad uscire dalla città, seco recando il bimbo e i pochi oggetti più cari; ma sopraggiunta dalla morte, cadde estinta appena fuori delle porte. Le usciva di bocca un pugno d’erba semimasticato, il cui sugo verdastro le imbrattava le fauci, prova della rabbiosa fame: il bambino vagiva sul cadavere della madre. Noi rabbrividimmo a quell’atroce caso, e sopraggiunte alcune persone compassionevoli, raccolto il lattante, ne presero cura.
Parecchi casi simili, ed alcuni anche più atroci, si raccontavano giornalmente da persone che li avevano veduti o uditi da testimoni oculari. Per quegli infelici, ridotti a tanta miseria, la morte era il più lieve dei mali.
È legge di natura che l’uomo, animale ragionevole, nato alla virtù ed al cielo, si nutrisca di pane, che fu suo cibo dacchè abbandonò il vivere ferigno tra le selve, pascendosi di ghiande[34]. Ora in que’ giorni, mancato il pane ai contadini, e costretti a rosicchiare erbe come gli animali, vivacchiarono con corteccie d’alberi, che in breve li traevano a morte.
I contadini, tanto benemeriti della società, perchè colle fatiche alimentano anche gli oziosi, esalavano l’anima lungo le strade e sulle glebe medesime, che, bagnate dai loro sudori, diedero sovente copiose messi.
Ve ne furono molti i quali fuggirono in città, e coll’aspetto macilente, e il racconto della patita miseria, spinsero molti altri ad abbandonare la città stessa[35]. Le vedove coi figliuoli, il marito colla moglie, portando sulle spalle i bambini e i pochi attrezzi rusticali, si trascinavano alla volta di Milano, dove, arrivando giornalmente a frotte, sdrajati per terra sotto le grondaje, empievano le contrade frammisti ai vecchi mendicanti. Il tanfo che esalavano per sudiciume, i visi grami, e più l’immagine ributtante di miseria che in tutta la persona appariva, ispirava tal ripugnanza ai passaggieri, che questi turavansi la bocca e le nari, quasi camminassero in mezzo ad appestati. La misera turba rattristiva la città: il giorno coll’aspetto, la notte coi gemiti; ed era una nuova calamità, perchè ciascuno dava in parte a sè la colpa della disperazione cui vedeva ridotti que’ sciagurati.
In siffatto disordine, nulla conturbava maggiormente gli animi compassionevoli, quanto il mirare i semplici ed innocenti agricoltori ridotti come scheletri, e moribondi di fame. Come il bue dell’aratore, che, dopo aver lavorato l’intero giorno sotto la sferza del sole, tirando il pesante giogo per aprire i solchi, s’infuria, allarga le narici, e gira minaccioso il muso se gli viene negato il suo pasto; così i contadini giravano torvi gli occhi spalancati e invasi da egual furore, trovando di non aver potuto, col tanto affaticare, sottrarsi ai tormenti della fame, anzi ridotti, per mancanza d’ogni sussidio, a non poter lavorare. Vedevansi colle facce abbronzate dal sole, gli occhi stravolti, i petti vellosi, la pelle informata sull’ossa, lacere le membra, vergognarsi della loro nudità. E i cittadini arrossivano come di pubblico disonore al mirare in loro sì avvilita l’agricoltura, che dagli stessi romani imperatori venne cotanto nobilitata.
VII. Del pubblico Consiglio, ossia dei LX Decurioni di Milano che provvidero alla miseria generale.
Fra i magistrati di Milano, vi sono i sessanta Decurioni, scelti tra il fiore dei nobili, i quali hanno l’incarico di regolare l’annona, e d’amministrare il patrimonio municipale. Vengono eletti dal governatore tra i patrizj originarj, nè alcun straniero viene ammesso in questo Consiglio. Zelanti, istrutti nelle cose patrie, concordi, gareggiano pel bene dello Stato, e loro precipua cura è di conservare ed accrescere l’antico lustro di Milano, col ristaurarne gli edifizj. Un tempo novanta, sono oggidì sessanta, numero sufficiente pel decoro del corpo e pel disimpegno delle loro funzioni.
V’hanno fra essi alcuni educati alle pacifiche discipline, altri che conobbero le arti della guerra, secondochè sortirono dalla natura indole mansueta o focosa. Taluno vi entrò per bontà di animo e per sentimenti religiosi, tal altro, esacerbato per i vizj degli uomini, si trova costretto a immischiarsi fra le umane nequizie per l’ufficio suo. Questi opera con cautela, quegli propende sempre a facili concessioni, e cotanta varietà di opinioni giova mirabilmente al bene della patria comune, siccome notarono gli antichi Saggi, immaginando un perfetto governo, giacchè erano d’avviso che le aspre e blande sentenze temperandosi fra loro, riescano utilissime alla pubblica amministrazione. Ed io stimo che fu ottimo pensamento di scegliere, istituendo il Consiglio, per membri appunto coloro che hanno il maggior interesse alla prosperità del paese, e che ponno contribuirvi colle loro ricchezze.