[218]. Precisamente ventun anno e quattro mesi, cioè dal 7 novembre in cui S. Carlo, morto il 3 di quel mese, fu seppellito rinchiuso in una cassa di piombo, coperta d’un’altra cassa di grosse tavole (Giussani, Vita), fino al 6 marzo 1606, nel qual giorno si eseguì la visita del cadavere di S. Carlo, ultimo atto che mancava per chiudere il processo della sua canonizzazione. Federico Borromeo, coi vescovi delegati, un medico, un chirurgo discesero nel sotterraneo. Entrati nella tomba, che per lo spazio di ventidue anni aveva tenuto in sè rinchiuso quel prezioso tesoro, videro l’arca molto maltrattata per la mala disposizione del sito, quantunque elevata fosse da terra sopra due stanghe di ferro, e massimamente per una goccia che dalle fredde vene della marmorea sepolcral pietra, stillando, era continuamente sopra quella caduta, e fatto le aveva nel coperchio un gran foro.... Sospesa la ricognizione, per l’umidità del sotterraneo, si decise trasportare l’arca in sacrestia, ove, dopo aver lasciato il corpo per sette giorni esposto all’aria perchè si asciugasse, fu dai vescovi, lasciando scoperta la faccia, le mani, i piedi, di purpurea talare veste rivestito: sopra di quella aggiunsero un camice di sottilissimo lino, le pontificie dalmatiche, ed il pallio arcivescovile, mettendogli per ultimo in capo una preziosa mitra di preziose gemme ornata. Dopo la qual cerimonia fu da Federico in detta arca riposto.
Perchè poi il collocar di nuovo quel sacro pegno nel medesimo sito stimavasi da Federico cosa disdicevole molto, diedesi ad investigare in qual altro più convenevole luogo del metropolitano tempio riporre si potesse. Dopo molte discussioni, per non contrariare la mente d’esso Beato, che aveva eletto in morte al suo corpo quel sito per perpetuo suo riposo, si risolse di non mutar sito, ma di cangiar solo la forma di sepolcro, in forma di vago e divoto oratorio. Questo, volgarmente detto Scurolo, benchè non grande, per l’escavazione del terreno e l’intonacatura delle pareti a lamine d’argento, venne finito soltanto nel seguente marzo 1607. Allora Federico, col vescovo Archinti, delegato apostolico, aperta la sacristia ch’erasi murata, entrarono amendue, e ritrovato nell’arca il corpo nel medesimo stato nel quale ultimamente dai delegati vescovi era stato riconosciuto, sei primarj cavalieri della città con quella più decente maniera che fosse possibile, sopra gli omeri se la recarono, e sopra l’altare dell’oratorio, presenti quanti furono a quest’azione chiamati, la collocarono. (Rivola, Vita di Federico, lib. III, cap. XXV.)
[219]. Ricorderemo i 28 quadri di straordinaria dimensione, che vengono esposti negli intercolunnj durante l’ottavario della festa di S. Carlo, ed altri 28 più piccoli, appesi sotto i suddetti. Rappresentano i fatti principali della sua vita, e sono di famosi artisti lombardi del secolo XVII. Crespi, Cerano, Morazzone, Procaccino, Lanzani, Parravicino, Gianoli, Duchino; alcuni d’ignoto pennello.
Ma chi immaginò questo grandioso progetto? chi supplì alla spesa? Consultate il Rivola nella Vita di Federico, il Torri, il Lattuada, e tutte le Guide di Milano vecchie e nuove, l’opera del Franchetti sul Duomo, l’altra con eleganti incisioni, pubblicata dall’Artaria, ec., e troverete.... un bel nulla!
Unicamente sappiamo, per tradizione, che quando fu canonizzato S. Carlo nel 1610, Federico, uomo di grandi concepimenti, come fa prova la Biblioteca Ambrosiana, per tacer il resto, pensò di perpetuare la memoria del Santo nel modo che parla più vivamente agli occhi di tutti. Si conosce altresì che varii dei quadri suddetti furono dono degli Oblati, di religiosi, e divoti privati. Avrei caro che qualcuno riuscisse a schiarire questo fatto importante, massime per la storia pittorica della Scuola Lombarda.
[220]. Benchè il nostro Storico lo esageri coll’usata ampollosità, il concorso fu straordinario per la divozione a S. Carlo vivissima e generale, e incominciata subito dopo la sua morte. Questa divozione fu continua e ordinaria fino all’anno 1601, nel qual tempo, correndo a volo per ogni parte del mondo la fama dei molti miracoli che nuovamente faceva S. Carlo, si eccitò una tal commozione e fervore in tutti i popoli della Lombardia e d’altri paesi più lontani, che si vedeva come un gran profluvio di gente, d’ogni stato e condizione, che venivano a venerare il sacro corpo suo.... Ed oltre il popolo innumerabile che da tutte le ore del giorno ed anche per due o tre ore di notte vi si vedeva promiscuo, vi venivano ancora numerose compagnie d’uomini e di donne forastiere, processionalmente accompagnate di musica e da compagnie di trombe.... alcune di sacco per segno di penitenza, anzi si vedevano comparire sovente le terre intere col clero e tutto il popolo che passavano molte miglia di persone. I pellegrini erano frequentissimi d’ogni paese, e molti oltramontani. (Giussani, Vita, Lib. VII, cap. 8. cap. XVIII.)
Nota del Trascrittore
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