Ammiratori noi dell’antica età, e poco curanti di quanto è recente, non lodiamo per consueto le virtù dell’epoca nostra, spregiando quanto essa offre di splendido e di ammirabile. Ma io, quand’anche ritornassero i tempi lodati degli Spartani e le vecchie loro leggi, non credo che possano offrire istituzioni migliori per nutrir una folla di poveri in chiuso recinto, di quelle che adottarono in allora i nostri magistrati. Erano scomparsi l’inumano rigore e durezza, e quell’indulgenza che spinge a nuove colpe; difetti che, fuor di dubbio, deturpavano le antiche ed encomiate istituzioni dei Greci, allorquando, uniti nei medesimi recinti gli abitanti d’una provincia, mescolavansi i loro vizj e virtù. Presso di noi non stimavasi virtù la sfrenata libidine ed il furto come già nelle riunioni profane di quelle antiche genti. In un’accozzaglia d’uomini, prese le dovute cautele per l’onestà, si cercò, con tutto lo zelo, di rivolgere le menti di quei traviati ai doveri religiosi ed ai riti della Chiesa, da essi posti in dimenticanza. I magistrati ed i nobili milanesi offrirono in que’ giorni un esempio luminoso di cattolica pietà, alimentando ed instruendo ad un tempo il popolo. Nè i superbi politici mi faranno carico se faccio qui un cenno della disciplina introdotta nel Lazzaretto e delle sacre funzioni, alle quali più d’una volta io assistetti con indicibile piacere.
Celebravasi ogni giorno la messa nella cappella, sorgente, come dissi, in mezzo al campo, e che aperta all’intorno, è visibile da tutto il circostante portico. Dal quale e dagli usci delle stanze ciascuno poteva assistere all’incruento sacrifizio, in cui il figliuol di Dio è immolato per la salute del genere umano. Dappoi, andavano i poveri al lavoro, ciascuno secondo il mestiere che professava, procurando qualche utile al luogo, e sfuggendo l’ozio, dannosissimo anche ai più miserabili. Molti infingardi giravano qua e là sciupando il tempo fino all’ora del desinare. Costoro molestavano gli altrui lavorerj, nè fu possibile mantenere sì rigorosa la disciplina, che non pullulassero alcuni vizj tra quella moltitudine.
X. Il Lazzaretto è riprovato e si sgombra.
Ma ben più degli animi si viziavano i corpi, e ne seguirono tante morti, che quasi poteva chiamarsi un piccolo contagio. Certuni attribuivano la causa alla furfanteria degli inservienti, che avessero adulterato il pane, meschiando la farina con sabbia. Ma io sono d’avviso che la mortalità fosse attribuibile al caldo eccessivo di quell’anno, al sudiciume ed ai pidocchi, brutali compagni, quasi indivisibili dei mendici, e che ivi pel contatto più schifosamente li affliggevano. Intanto que’ poveri gementi e frementi, per aver perduta la libertà ed il diritto di vagabondare, anelavano le antiche ed a loro sì care abitudini. La noja, la melanconia, la disperazione e l’odio pel Lazzaretto trasparivano su tutti i volti: crescevano sempre più le lagnanze. Gridavano che per certo erano stati chiusi in quel recinto a morirvi fuori della patria senza che nemmeno volger potessero alla medesima gli occhi moribondi; così imprecando, esalavano molti l’ultimo respiro. I nobili anch’essi vergognavano e sdegnavansi che tante cure e la liberalità stragrande in quelle pubbliche angustie, non avessero servito che a far morire in maggior numero i poveri che si volevano nutrire[41]. Perciò, riferita la cosa in consiglio, trovarono che l’unico spediente era il mettere al più presto in libertà quella poveraglia, lasciando che tornasse, come per l’addietro, ad accattare. Ciò stabilito, si aprì il Lazzaretto, e le turbe irruppero con pazza gioja e gratitudine maggiore di quando, vagabondi senza fuoco e senza tetto, avevano ottenuto ricovero e nutrimento.
La città, liberata per poco dall’esosa vista dei mendici, ne rivide il funesto spettacolo; anzi s’accrebbe la pietà in coloro che pensavano come tanti poveri fossero morti, ad onta dei sussidj della pubblica carità, per cui ne arrossivano più ora che in prima, alloraquando li vedevano morire di fame.
XI. Tumulto popolare per la carestia[42].
Il giorno di S. Martino di quell’anno 1628 si tumultuò in Milano per la carezza del frumento. Rade volte in passato erano accaduti simili tumulti, giacchè, siccome accennai fin da principio, l’agro milanese, ubertissimo, forniva annualmente in copia i grani, non solo alle vicine popolazioni, ma altresì alle lontane. Narrerò l’origine e la fine di questa sommossa, quali disordini commise la plebe, e come vennero repressi, quali furono le misure adottate dal Consiglio, e per frenarla al momento e perchè non si rinnovasse, affinchè la plebe, animale di molte teste, terribile sempre alle città più potenti, avesse un gastigo condegno al suo ardire, nè s’attentasse alzar di nuovo il capo.
Reggeva la città e il ducato in quel tempo, trovandosi assente il governatore Consalvo, occupato nell’assedio di Casale, il gran cancelliere Ferrer. Egli, crescendo giornalmente la penuria del grano, nè trovandovi riparo, e sentendo il fremito ed i lamenti del popolo, immaginò un ripiego, che non tolse il fomite della sedizione, ma solo la protrasse. Al qual ripiego, i negozianti di frumento ed i fornaj, gente che conveniva blandire in quel tempo, esacerbati, minacciavano un’estrema ruina, d’abbandonare cioè il traffico dei grani, la fabbricazione e la vendita del pane. Il prezzo minimo del frumento era dalle quarantacinque alle cinquanta lire; prezzo adeguato e volgare, che il venditore non arrossiva domandare, nè gli acquirenti udivano con indegnazione. Ma gli incettatori danarosi, gli sfrontati usuraj ed i ricchi possidenti, fissato in segreto fra loro il prezzo, dissero, pronunziarono, richiesero con infame e sfrenata cupidigia prezzi enormissimi, quasi che fossero arbitri della vita dei cittadini, od essi solo avessero diritto di vivere. Mi consta che vi furono certuni, e li ho conosciuti, i quali pretesero cento lire al moggio, e non ancora contenti, per avidità di maggior guadagno in avvenire, tenevano chiusi i granaj, insultando la pubblica fame. Nè giovarono contro siffatta cupidigia, anzi rabbia degli avari, le solite gride con cui ordinavasi che ciascuno notificasse la quantità di frumento che aveva in casa.
Il gran cancelliere, in mezzo alle frodi ed all’avarizia degli uomini ed alla penuria di grano, in que’ difficili momenti, aveva immaginato, tenendo una via di mezzo, di far sopportare a’ fornaj il danno derivante dalla calamità dei tempi e dall’umana malizia. Ordinò che si facesse e si vendesse il pane al peso prescritto ad una meta che ragguagliavasi a lire trentatrè al moggio, fissando questo limite ai venditori ed ai compratori. Credeva egli per avventura che lo scapito si compensasse coi precedenti guadagni de’ fornaj, e con quanto lucrerebbero in appresso. Fors’anche aveva loro data lusinga, calmata quella burrasca, di compensarli a spese dell’erario; ma codeste erano speranze vaghe, e intanto la perdita sicura rendeva insopportabile l’editto. Schiamazzarono i fornaj, protestando senza tregua che avrebbero chiusi i forni ed abbandonata l’arte loro. Il gran cancelliere punto non si smosse, fermo nel voler eseguito il suo decreto, ed il popolo, quasi per rapire a gara il pane a sì buon prezzo, che era una specie di regalo, assediava l’intero giorno i forni con tanta importunità, che i fornaj, per quanto si sbracciassero a cuocere, non riuscivano a soddisfare i compratori. Rinnovaronsi più forti le grida e le lagnanze, cui i magistrati non sapevano ormai come rispondere. I Decurioni scrissero al governatore, al campo, e stabilirono di concerto con esso lui di trovare un temperamento. Consalvo nominò il presidente del Senato, i presidenti dei due magistrati e due fra i questori, i quali, adunatisi, fissassero il prezzo del frumento, tanto allo stajo, in modo che i fornaj potessero continuare a fare il pane. Favoriti i fornaj, venne cresciuto il prezzo di dieci soldi il moggio.
Grande fu la rabbia ed il furor della plebe per tale accrescimento, che dava agio a respirare ai fornaj, poichè aspettavasi che si calasse il prezzo del pane anzichè aumentarlo. Visto essere caduta in peggior condizione, non si curò altro di editti e tariffe, e si fece ella stessa padrona e dispensatrice dei grani. Allora in Milano, città rinomata dai tempi più remoti per ossequio ai governanti e per modestia degli abitanti, fu conosciuto a che servano le armi contro il popolo infuriato, anzi contro una turba imbelle di donne e ragazzi spinti dalla fame.