Correva il dì di S. Martino, giornata allegra sempre e geniale, perchè si finiscono le vendemmie, si mettono in botte i vini, e chiudonsi nelle case de’ ricchi i prodotti dell’annata. All’albeggiare molti garzoni di fornaj uscivano in volta con gerla e canestri pieni di pane per recarlo ai monasteri ed alle case dei signori, o per venderlo al minuto in altri luoghi. Il popolo si pigliò tutto quel pane come suo, e come se avesse già pattuito che dovessero portarglielo a casa. Drappelli di ragazzi, di giovanetti, donne e vecchi senz’alcun arme, ma forti pel numero, ed aizzati dal bisogno, mossero incontro ai garzoni de’ fornaj, che portavano in ispalla il pane, e quanti ne trovarono, costrinsero colla violenza a fermarsi e deporre il carico, intimando poscia che se ne andassero. Bisognava ubbidire, perchè, circondati all’improvviso, sbalorditi, gettavano il peso, e fuggivan a gambe, temendo di peggio: chiunque tentava opporsi, veniva malconcio a pugni ed a calci. Così ebbe principio la sommossa della plebe, che, adescata dalla gustosa preda ottenuta senza sangue, imbaldanzì, credendosi capace di tutto purchè l’osasse, e giudicando che la sofferta miseria era una conseguenza della mansuetudine fin allora usata. Il popolo erasi fatto superbo ed audace per aver rapito il pane con la sola intimazione, forzando pel momento a starne senza le famiglie cui recavasi. I magistrati però, invece d’irritarsi, compassionavano que’ traviati, ridendo essi medesimi, di dover in quel giorno aspettare assai tardi il pane. Ma il popolo proruppe a misfatti più gravi, e risoluto a distruggere il forno, s’avviò alla volta del medesimo senz’alcun capo, chè l’innumerevole turba era guida a sè stessa. Vociferavansi sediziose grida, strepitavano che avrebbero distrutte le botteghe de’ fornaj, centri di raggiri, di fame e della calamità pubblica.
Capitarono a caso dinanzi il forno di porta Orientale[43]. La moltitudine erasi già armata di bastoni, di sassi e di quanto gli capitava alle mani, come se andasse a battagliare[44]. Scassinarono le porte, e vi diedero fuoco, e rotti i cancelli, fecero man bassa su tutta la farina ed il grano ivi raccolti, spargendone per terra, e gettandolo anche in istrada per disprezzo.
Alcuni empirono di farina i sacchi rubati, e via se li portarono; altri caricarono con carri, e tornarono più volte senza che veruno si opponesse al loro depredare[45]. Le contrade per dove andavano e venivano i saccheggiatori, biancheggiavano di farina come se fosse nevicato, ed era preda dei poveri e dell’infima plebe, che s’affaccendava a raccoglierla. Intanto i caporioni della turba, avendo trovato il banco del fornajo in cui eravi il denaro di molti giorni, lo rubarono tutto quanto. Sfogata in tal guisa la rabbia sopra quanto aveva eccitata la sommossa, e più nulla restando da rubare, sfogarono da ultimo il furore sulle tavole, i banchi, i canestri e gli altri utensili da bottega, che non eccitavano l’avidità dei saccheggiatori, e fattone un mucchio, vi diedero il fuoco, quasi olocausto a Cerere, alla carestia ed in uno al Santo, la cui festa avevali riuniti a quell’impresa! Gettarono altresì tra le fiamme tutti i giornali ed i registri del negozio, e v’avrebbero gettati anche il fornajo ed i suoi garzoni, se questi, per buona ventura, non si fossero salvati fuggendo o appiattandosi. Il capitano di giustizia, co’ suoi satelliti armati accorso per ultimo spediente per sedare il tumulto colle armi, côlto da una sassata, mentre fuggiva, ebbe la buona sorte di rifuggirsi nella casa del fornajo, e nascosto in una soffitta, vi rimase in un angolo finchè, dispersa la folla, potè uscire a salvamento[46].
Trascorsa in tali fatti la mattina, la plebe giunse al colmo dell’atrocità, correndo delirante e furibonda per uccidere il vicario di provvisione (magistrato milanese, che viene eletto annualmente, ed è capo del pubblico consiglio, e quasi della città stessa), nobilissimo ed ottimo personaggio, contro il quale esternava un odio accanito[47]. Il suo nome, profferito forse da qualcuno a caso, risuonò in un subito per tutta la città. Il vicario, o sentito lo strepito o avvisato che fosse, si teneva chiuso e nascosto in casa.
Siccome la tempesta scoppiata da un negro nembo tutto riempie il paese d’acqua, di lordure, di spavento, così le caterve de’ plebei accerchiarono di repente la casa, traendo a sè dietro la morte e l’ignominia se riuscivano nell’intento. Recavano seco scale e ferri per spezzare le porte ed introdursi dalle finestre od anche dal tetto. Imposte e ferriate sarebbero riuscite inutili a schermo contro l’impeto della romoreggiante moltitudine, la quale voleva penetrare a tutta forza, ed era sicura di riuscirvi. Fu veduto un vecchio che portava chiodi, un martello ed una corda, e andava dicendo di voler impiccare il vicario alla porta della sua casa, dove sarebbe straziato ed ucciso dal popolo.
Con tali intenzioni assediavano la casa, battendola con spessi colpi, e tentando d’ogni parte la scalata. I magistrati chiamarono, dal prossimo castello di Porta Giovia, una squadriglia di soldati spagnuoli, per mandarla a presidiare la casa del vicario; ma quei soldati, invece dell’incutere timore, furono côlti da subita paura al vedere il popolo che circondava, come un esercito, quell’abitazione. Che far potevano cogli archibugi, scaricati che li avessero sulle donne ed i fanciulli misti cogli uomini? dar mano alle spade? Non ne avevano l’ordine, e d’altronde avrebbero inferocita vieppiù la moltitudine, la quale, già rotto ogni freno, correva agli estremi delitti. Titubarono gli Spagnuoli, e si tennero lontani, mentre il popolo gl’insultava insieme ai loro archibugi, che temuti sempre perchè colpiscono da lungi, allora diventavano inutili e soggetto di scherno. L’arrivo dei soldati non rallentò punto la furia di quelli che battevano la casa.
A frenare alquanto l’impeto loro, sopraggiunse il gran cancelliere Ferrer, venerabile per vecchiaja, e che si guadagnò la simpatia del popolo, appunto perchè non temeva di esporsi in quel parapiglia. Avanzandosi in carrozza tramezzo la folla, ora chiedeva colla mano silenzio, supplicando che lo ascoltassero, ora coll’alzar delle spalle e col piegar la testa interrogava che cosa volessero. E quando, cessato un momento il fracasso, poteva farsi sentire, egli, ponendosi la mano al petto, imprometteva pane a josa, sedando colla sua dolcezza il tumulto. Ma più gli giovò l’arte, che riuscì sempre anche nelle antiche sedizioni utilissima agli uomini, che il popolo voleva uccidere. Affermava il gran cancelliere ch’egli veniva per condurre il vicario colla sua carrozza in castello, dove, se era colpevole di qualche ingiustizia contro una tanto benemerita popolazione, sarebbe punito giusta gli antichi statuti di Milano. Questa promessa calmò la plebe, ed il vicario, messo in carrozza, sotto finta di condurlo al supplizio, evitò, in quel terribile incontro, la morte[48].
Era già tardi, e tra per la sorvegnente notte, tra per la fatica e la sazietà, tutti a poco a poco si ridussero alle proprie case, contenti del bottino e della vendetta che loro pareva aver fatta de’ sofferti stenti; e tra le domestiche pareti gustavano il riposo, e raccontavano gli avvenimenti di quel giorno. Non riposavano però i magistrati ed i decurioni, timorosi che durante la notte si commettessero nuovi delitti; assicurarono la casa del vicario con travi[49], e vi posero a guardia una mano di soldati; indi si raccolsero a consulta.
Provvidero in prima affinchè l’indomani, che era domenica, vi fosse pane in abbondanza: i forni lavorarono tutta la notte. Al tempo stesso diedero gli ordini opportuni che si cercasse dappertutto frumento, onde non mancasse. Nominarono gli anziani, che, recandosi ciascuno di buon mattino al suo posto, custodissero il forno del loro quartiere coll’autorità del nome, cercando, col favore di che godevano presso il pubblico, d’impedire il tumulto qualora ricominciasse, siccome accadde. Spuntato il giorno, il popolo era tranquillo, ed uscendo, mezzo sonnolento, a comperare i viveri, ciascuno andava per la sua strada, appena soffermandosi per scambiar parole. Avresti detto che erano confusi per vergogna della precedente sommossa.
Ma fu una breve sosta, ed ecco infuriare, con più violente impeto, la plebe, non tanto per far bottino nelle botteghe de’ fornaj, quanto per atterrarle dai fondamenti e darvi il fuoco.