La nuova rabbia mirava principalmente al forno del Cordusio, e già dilapidata quanta farina vi si trovò, il frumento e ogni utensilio, stavano per incendiarlo e involgere tutto il caseggiato nelle fiamme, sia che non badassero alle conseguenze, sia coll’intenzione di propagare l’incendio alle vicine case, indi alle lontane. Mentre stavasi per commettere il delitto, un uomo pio del vicinato, scorto il pericolo, riuscì, se non a calmar subito la ferocia della plebe, almeno ad evitare un’irreparabile sciagura. Prese egli un crocifisso, ed accese alcune candele, lo calò d’improvviso innanzi la bottega. Il Salvatore pendente dalla croce, che salvò il genere umano, sembrava chiedesse il termine della follia e dei misfatti. I tumultuanti si mitigarono un poco, chè i Milanesi, anche nei tempi più calamitosi, non obbliarono giammai l’avita pietà; al mirare l’immagine di Cristo crocefisso rimasero stupefatti.

Giunse nel frattempo[50] tutto il clero della metropolitana a croce alzata: i canonici colle cappe procedenti in fila si mescolarono tra la folla[51]. Avevano lasciato in Duomo gli arredi solenni per timore della sommossa. In tal modo si evitò il minacciato incendio. La minuta plebe allora corse alle botteghe di secondo ordine, in cui vendevasi il pane nero; e cessò dal tumultuare allora soltanto che il gran cancelliere ebbe fissata la tariffa di quello e del pane di frumento ad un prezzo che non potevasi desiderare più vile. Fu decretato che il pane nero di otto oncie costerebbe un soldo, e l’altro migliore si vendesse in ragione di tre lire lo stajo[52]. A tale annunzio i plebei tripudiarono con pazza gioja, ridevano amaramente, e su per gli angoli delle vie e nelle taverne si millantavano d’aver essi medesimi creata così bassa la tariffa. In pari tempo cavillando, borbottavano che finirebbe in breve la baldoria: dicevasi il pane esser mescolato con materie venefiche, non aver fiducia in sì gran beneficio, però volerlo intanto godere. Laonde correvano in folla ai forni, comperandone oltre il bisogno; o ne empivano le casse, le caldaje, gli orciuoli, nascondendolo in mille guise, come se ormai fossero i medesimi venditori quelli che dovevano rapir loro il pane di bocca.

Io fui spettatore di tutti questi avvenimenti: testimonio per caso del principio della sommossa, il desiderio di ben conoscere l’indole umana in quella circostanza, mi spinse ad osservarla fino al termine, lontanissimo dal pensare che un giorno avrei dovuto esserne lo storico. In seguito trovai esattamente registrato, negli atti della città, l’origine e il crescere del tumulto, non che il finire e reprimersi spontaneo di esso, come appunto io aveva veduto.

La sommossa della plebe milanese afflisse ed angustiò il pubblico Consiglio, il quale altresì ne arrossiva, come un padre di famiglia se scopre svergognato il casato, violato il pudore dei figli e macchiato il suo buon nome. Un’altra volta, a nostra memoria, fuvvi penuria in Milano di granaglia, perchè vendevasi il frumento sette lire lo stajo ed anche più; ma non per questo il popolo, amato e stimato dai nobili, e per la sua fedeltà ed ossequio verso il monarca, tenuto come un’altra classe di nobili, non per questo ruppe il freno all’ubbidienza, nè ribellossi ai decreti del Consiglio. Ora invece aveva calpestata l’autorità pubblica, insultando lo stesso re e la patria nostra, a lui carissima, perchè nutrice sempre di uomini forti e in uno modesti.

Siffatti riflessi angustiavano i magnati, per tema che la notizia dell’accaduto, misto il vero col falso, non pervenisse al monarca, come se la popolare sommossa per la carestia fosse scoppiata per colpa del Consiglio. Aveva la città, per altre sue faccende, spedito al re cattolico un legato[53], il quale trovavasi allora in Madrid, con buona speranza di riuscita in alcuna delle trattative affidategli, di altre disperando. A lui il Consiglio inviò, con apposito corriere, lettere del seguente tenore.

Pochi dell’infima plebe, colla speranza di rubare, aver eccitati da principio ragazzi e donne, a questi essersi uniti altri, poi altri, finchè il tumulto, per la carezza del pane, diventò una specie di sommossa. Dilapidati i forni, il vicario di provvisione cercato a morte, e quanto avvenne dappoi. In conseguenza scrivevano al legato, si presentasse, quanto prima, ai piedi del re, ed esposto il caso, soggiungesse: Che fu un impeto repentino ed una follia del popolo, non mai una meditata rivolta, chè la nobiltà conservava intatta la fede ereditata dai suoi maggiori verso Sua Maestà, che non eravi in Milano alcun nobile il quale titubasse a sacrificare la vita, se quella popolare agitazione non si calmava[54].

I membri del Consiglio aggiunsero a questa altre lettere, di cui doveva servirsi il legato a tempo e luogo, ove mai, sotto pretesto dell’accaduto, si tentasse ledere gli antichi statuti della città, e indurre il re a gastigarla, promulgando nuove leggi. Raccomandavano di esporre la premura del Consiglio, le spese sostenute, e la non interrotta diligenza affinchè non mancassero al popolo i viveri. E come recentemente avesse comperato a spese pubbliche quindici mila moggia di frumento e dodici mila di segale, trattando inoltre, per un acquisto maggiore, da trasportare in città, alla quale non sarebbe giammai mancato grano, se si fosse eseguito quanto i Decurioni avevano impetrato dall’autorità suprema, vale a dire, che a chiunque non fosse lecito l’esportazione. Invano avevano i medesimi implorato si decretasse con leggi e pene gravissime che non potessero gli incettatori venire dagli estremi confini del Verbano fino sulle porte della città co’ somari a far compera di grano, e poscia dalle loro case portarlo ai confinanti Svizzeri, come loro riusciva facile per la vicinanza.

Ed eziandio si proibì di trasportare in esteri paesi il frumento della Lumellina, che è il granajo di Milano. Ai fornai ed ai mugnai di questa città era stata negata la chiesta licenza di comperarlo e trasportarlo ne’ loro magazzini.

XII. La peste scoppia in Milano.

Sono il Ponte Vetro ed il borgo di Porta Orientale quartieri di Milano, paragonabili, per ampiezza, a due piccole città. In essi apparvero i primi sintomi della peste, la quale, al pari di fiamma sbuccante dai tetti, doveva invadere le vicine case, percuotere quasi tutti i cittadini, e diffondersi lontano nelle campagne, cessando soltanto allorchè, ministra dell’ira celeste, avesse ogni cosa purgata. Non fia inutile notare in che luogo e in che giorno scoppiò il contagio, e quali persone furono le prime colpite per vedere, come da lievi principj, ingrossata la tremenda procella, invase l’intera città, uccidendo tante migliaja di vittime. Il primo fu un soldato di nome Pietro Paolo Locato, il quale, trovandosi di quartiere a Chiavenna, a motivo delle agitazioni della Valtellina, ebbe un permesso dal suo comandante. Entrato in Milano il 22 novembre[55], recossi da certa Elisabetta sua zia, e vi rimase per tre giorni nè visitato, nè custodito, quantunque proveniente da luoghi infetti. Ammalò, e peggiorando, venne trasportato all’ospital grande, non avendo mezzi da farsi curare in quella casuccia. A capo di due giorni morì, e fatta l’autopsia del cadavere, si trovarono i bubboni, indizio sicuro di peste, non mai riscontrati per l’addietro in città, benchè il volgo molto ne cianciasse. Morirono in breve quanti abitavano in quella casa, togliendo ogni dubbio che la peste fosse introdotta in Milano. Denunziato il caso al magistrato di Sanità, venne posta sotto sequestro la casa di cui era proprietario un Colona, il quale morì egli pure insieme alla moglie ed ai figli[56].